Amarcord: da campione a bidone, la breve avventura di Mario Jardel all’Ancona

L’Ancona in serie A: già qui c’è la prima anomalia. Una società piccola in una città calcisticamente con tradizione in serie C e serie B, che ha avuto il suo picco fra il 1992 e il 1994 con prima storica promozione in serie A grazie alla guida del bravo allenatore Vincenzo Guerini, e clamorosa finale di Coppa Italia persa contro la Sampdoria di Eriksson, Gullit e Mancini. Poi tanta serie B e serie C, fino a quel 2003 così intenso, quella serie A ritrovata e quel campione in organico che campione, purtroppo, non lo era più.

L’Ancona di Luigi Simoni ritrova la serie A nel giugno del 2003, dieci anni dopo la prima ed unica volta: in città è festa grande, il presidente Ermanno Pieroni è eccitatissimo, promette un massiccio rafforzamento della rosa e passa l’estate a decantare quell’Ancona che ad inizio stagione doveva salvarsi e che ha centrato invece la promozione in serie A. Alla presentazione della squadra in luglio, il patron anconetano regala anche un gustuso siparietto, facendo un regalo soprattutto ai tifosi maschi accorsi all’evento: la madrina della serata è infatti Jessica Rizzo, notissima pornostar nativa di Fabriano, pochi chilometri da Ancona. Censurata e castigata in un lungo e chiuso vestito, la Rizzo presenta l’Ancona 2003-2004, una squadra profondamente rinnovata rispetto a quella che ha centrato la serie A. Simoni non c’è più, al suo posto è stato chiamato Leonardo Menichini, ex assistente di Carlo Mazzone ed alla prima esperienza in A; anche l’organico è stato rivoluzionato, tanti cambi, qualche giocatore esperto per guidare la compagine biancorossa verso una difficile salvezza, ma Pieroni è convintissimo: “Ce la faremo”.

Come in un film, il nastro avanza velocemente e la scena riprende circa sei mesi dopo: nel gennaio del 2004, infatti, i buoni propositi dell’Ancona sono naufragati completamente: la squadra marchigiana è ultima, inchiodata in fondo alla classifica, ha cambiato allenatore dopo quattro partite con Nedo Sonetti al posto di Menichini, e non ha raccolto nemmeno una vittoria in tutto il girone d’andata che si sta mestamente concludendo con una retrocessione ormai quasi matematica. Il presidente Pieroni è però ancora agguerrito e non si dà per vinto: appena riapre il calciomercato si attacca al telefono e chiama procuratori e società, alla fine cambia mezza squadra: “Mi serve un centravanti che faccia gol”, dice Sonetti al presidente, il quale fiuta un affare che sulle prime sembra una barzelletta: portare Mario Jardel all’Ancona. Mario Jardel? Nei bar della città i tifosi ridono a crepapelle, Jardel è un bomber di razza, vincitore per due volte della Scarpa d’oro, cosa viene a fare ad Ancona in una squadra poco blasonata e per di più ultima in serie A e destinata ad un’inevitabile retrocessione? Nessuno ci crede, tranne Pieroni che contatta il calciatore e il suo staff, anche perchè sa qualcosa che i tifosi non sanno. Jardel non è più il super centravanti di qualche anno prima: il brasiliano, classe 1973, sta vivendo da un anno e mezzo molto male: è rimasto deluso dalla mancata convocazione della nazionale brasiliana per i mondiali del 2002 che il Brasile ha vinto in Giappone e Corea del Sud e ai quali Jardel teneva tantissimo e soprattutto pensava di aver meritato dopo 42 gol in 30 partite con lo Sporting Lisbona nella stagione 2001-2002. Già l’anno dopo, infatti, il tabellino del brasiliano cala notevolmente con 11 reti, complice anche un infortunio; ma c’è di più: la moglie chiede il divorzio e lo lascia, Jardel a quel punto cade totalmente in depressione e si lascia andare, mangia e beve più del dovuto, si allena male, ma soprattutto scopre la cocaina, elemento che ne riduce prestazioni e voglia di lavorare. Va a giocare in Inghilterra, al Bolton, ma dopo 7 partite e nessun gol, la società britannica lo scarica e inizia a guardarsi intorno: chi vuole Jardel venga a parlarci, a noi non serve più.

A parlare col Bolton ci va l’Ancona che strappa l’accordo e Jardel può sbarcare nelle Marche. Fra il 1996 e il 2002, Mario Jardel è stato uno dei centravanti più forti d’Europa: in 4 anni al Porto ha segnato rispettivamente 30, 26, 46 e 38 reti solo in campionato, oltre ad una ventina totali in Coppa dei Campioni; passato al Galatasaray, poi, ha realizzato 22 reti in 24 partite, oltre a decidere con una doppietta la Supercoppa Europea contro il Real Madrid campione d’Europa. Tornato in Portogallo, come detto, segna 42 gol nello Sporting Lisbona che gli valgono il quinto titolo di capocannoniere della liga lusitana. E poi il declino, così rapido e repentino che quasi nessuno in Europa se ne accorge. Ancona, nonostante il deprimente campionato della squadra di Sonetti, è una città che si esalta all’annuncio del brasiliano, quantomeno allo stadio potranno ammirare ogni domenica un grande campione che, chissà, forse farà vincere alla squadra qualche partita, toglierà quel malinconico zero alla voce successi, l’Italia smetterà di ridere e di avere compassione del povero Ancona che sta battendo tutti i record negativi della serie A a girone unico. Lo stesso Sonetti, che pure è tecnico esperto e navigato, si lascia andare a qualche battuta ottimista: “Jardel è un grandissimo acquisto – dice – con lui sono arrivati i gol che ci mancavano”.

Mario Jardel sbarca ad Ancona, pronto a risollevare la compagine marchigiana e a ridare un senso alla sua carriera che, a soli trent’anni, sta volgendo ad un insapettato tramonto. Il 18 gennaio 2004 allo stadio Del Conero si gioca Ancona-Perugia, ultima giornata del girone di andata; prima della gara, la società vuole presentare al pubblico il nuovo acquisto, anche per ridestare una tifoseria che sta perdendo le speranze dopo una prima parte di stagione da incubo. Il buongiorno si vede dal mattino? Beh, allora forse sia Jardel che gli anconetani dovevano capire subito a cosa stavano andando incontro. Appena entrato allo stadio, il centravanti brasiliano si dirige sotto la curva per salutare i tifosi, ma sbaglia tutto andando verso i sostenitori del Perugia, ingannato dai colori sociali degli umbri, biancorossi come quelli dell’Ancona. La scena suscita ilarità, anche i perugini se la ridono, ma, a posteriori, il presagio è tutt’altro che simpatico, anche perchè, al di là dello scambio di curva, Jardel appare in evidente sovrappeso, lontano parente dell’atleta scattante ed atletico ammirato ai bei tempi. Ancona-Perugia termina 0-0 e i marchigiani chiudono il girone d’andata senza vittorie, con l’ultimo posto in classifica e con una discesa in serie B pressochè certa. Ma ora c’è Jardel, pensano i più ottimisti, le vittorie arriveranno, in fondo c’è ancora tutto un girone da disputare, la speranza è ancora l’ultima a morire.

Jardel esordisce in serie A e con la maglia dell’Ancona una settimana più tardi, a San Siro contro il Milan capolista. L’impegno è proibitivo, lo sanno tutti, i rossoneri sono lanciatissimi verso lo scudetto, sono in forma ed hanno una delle squadre più forti d’Europa, cosa può fare l’Ancona al cospetto di un avversario simile? Invece i biancorossi resistono più del previsto, oltre un’ora sullo 0-0, fino alla prima rete del Milan che spacca in due la partita e la mette tutta in discesa per gli uomini di Ancelotti che la chiuderanno addirittura sul 5-0 a loro favore. Ma, sconfitta preventivata a parte, ad Ancona gli scossoni di fine gara sono pesantissimi: tanto per cominciare, a sorpresa la dirigenza esonera Sonetti e chiama un’altra vecchia volpe della panchina, Giovanni Galeone, peraltro inizialmente mal visto dai sostenitori anconetani per il suo glorioso passato alla guida dei rivali del Pescara; inoltre la società dorica inizia ad interrogarsi su Jardel, ovvero il pezzo da novanta della campagna acquisti invernale: a Milano il brasiliano è apparso abulico, impacciato, oltre che lontanissimo da una forma fisica accettabile; nessun pallone giocato, nessun suggerimento raccolto in area di rigore, nessuno scatto in profondità. Qualche tifoso disfattista dice: “Se Jardel è questo, tanto valeva tenersi Degano”, facendo riferimento ad un giovane attaccante di riserva, passato a gennaio al Parma proprio per far posto al brasiliano ex Porto. La domenica successiva, ad Ancona arriva il Lecce che passa per 2-0, Jardel resta fuori, esattamente come a Modena una settimana più tardi quando l’Ancona segna con Bucchi (schierato proprio al centro dell’attacco al posto del brasiliano) ma perde 2-1. Il 15 febbraio allo stadio Del Conero c’è la Roma di Capello che è seconda in classifica: altra gara proibitiva per la formazione di Galeone che, con una decisione non prevista alla vigilia, rilancia Jardel titolare; il brasiliano si impegna, ma i difensori romanisti lo contengono facilmente, intuendone movimenti e colpi, spesso al rallentatore, per un calciatore che a tutto assomiglia fuorchè ad un atleta. Jardel gioca per 82 minuti, poi fa posto a Maurizio Ganz, in tempo, forse, per ammirare lo striscione esposto dalla curva anconetana e che recita “Lardel”. Emblematico, no? Ancona-Roma termina a sorpresa 0-0, i titoli se li prende la formazione giallorossa, incapace di vincere in casa dell’ultima in classifica, ma anche Galeone, al suo primo punto sulla panchina di un Ancona comunque distante anni luce dalla salvezza.

Anni luce è lontano anche Mario Jardel da una forma fisica apprezzabile e decente, pure Galeone lo sa bene, ma intende concedergli un’ultima possibilità, provando a far leva sull’orgoglio e sull’esperienza del centravanti sudamericano. A Udine, il 22 febbraio, Jardel è ancora titolare nella prima linea biancorossa assieme a Rapajc e Grabbi, è la sua ultima possibilità di convincere l’Ancona che il suo acquisto non è da catalogare alla voce bidone. Nonostante il risultato sia ancora sullo 0-0, però, Galeone sostituisce il brasiliano al 36′ del primo tempo, spazientito dalla staticità della punta, bloccata in mezzo all’area, senza mordente, senza cattiveria, lo stomaco trasbordante dalla maglia rossa, lo sguardo assente; Jardel esce fra i fischi dei pochi tifosi marchigiani presenti allo stadio Friuli, lascia il campo a testa bassa, entra Ganz. Udinese-Ancona finisce 3-0, ordinaria amministrazione in un campionato in cui ormai le sconfitte dei biancorossi sono la normalità. Galeone è una furia, qualcuno lo sente urlare nello spogliatoio di Udine, ce l’ha con la dirigenza che gli ha comprato un ex giocatore, grida che non lo farà giocare mai più; in conferenza stampa, il tecnico appare più razionale, ma alla domanda inevitabile su Jardel risponde tagliente: “Gli diamo 20 giorni per rimettersi a posto fisicamente, così non è presentabile e fin quando atleticamente non tornerà all’altezza giocheranno Bucchi o Ganz”. L’allenatore, in realtà, non ce l’ha con Jardel, forse conosce anche i suoi problemi personali, piuttosto punta l’indice contro la società che ha acquistato un calciatore solo per il nome e non per il suo reale ed attuale valore.

L’avventura di Mario Jardel ad Ancona termina qui: il centravanti brasiliano non giocherà più in un campionato che l’Ancona chiuderà all’ultimo posto e con sole due vittorie all’attivo, giunte peraltro a retrocessione aritmetica già certificata. La carriera dell’attaccante proseguirà con alterne fortune in patria e con brevissime apparizioni in Portogallo nel Beira Mar, a Cipro, in Australia e in Bulgaria dove terminerà la sua attività nel 2010 nel Cerno More. 450 reti totali, 5 titoli di capocannoniere, 2 volte vincitore della Scarpa d’oro: numeri straordinari per un centravanti che straordinario lo è stato davvero, fino alla fine del sogno, a quel 2002 che ne ha rovinato vita sentimentale e calcistica, sbiadita da scelte personali discutibili e da decisioni professionali mediocri. Quell’avventura nelle Marche, quel desiderio di risalita, naufragato in fretta ed oggi ricordato anche con simpatia dai tifosi anconetani che tanto si aspettavano da quel bomber che di grande ad Ancona aveva però solo la taglia dei vestiti.

di Marco Milan

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