Editoriale. Globalizzazione senza tempo

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’editoriale del filosofo Giuseppe Carcea

Terra, Globo, Globalizzazione. Alla fine la deriva etimologica di tipo geografico ha avuto il sopravvento sulla definizione dell’universo che aggioga ogni uomo del nostro tempo al difficile compito di comprendere se stesso in una realtà in continua trasformazione. La scelta è caduta sul concetto di globo, di sfera, o di sfero, ricordando la felice metafora del vecchio Empedocle: punto di confluenza tra acqua, aria, terra e fuoco. Figura curva su se stessa, senza inizio e né fine, in cui tutte le parti della superficie sono uguali nella loro differenza. Dimensione liturgica par excellence, che cancella il valore del tempo come veicolo del senso, sostituendolo con pratiche che rivendicano la loro validità solo se il passato può essere rottamato e il futuro “virtualizzato”.

Per questo motivo la Globalizzazione è materia proteiforme e quindi può assumere qualsiasi sembiante, l’importante è che ognuno si riconosca nel modello planetario di appartenenza che essa propone. The way of life, la via del successo economico e l’esportazione del modello liberista, può accedere a tutto campo al resto del Globo solo se va ben oltre la narrazione del benessere materiale, del ruolo del libero mercato come custode della società aperta, e dell’imprenditore come sacerdote del Politically correct. Insomma, basta con l’ Old economy, via libera alla New economy che è sostenuta dalla necessità di “essere connessi”, di pilotare l’immaginario in rete, in quel tutto che, in fondo è quel Totum che è un Totem, un mito. Cosa è cambiato nell’era della Global-animation economy? In realtà dopo lo sdoganamento della ricchezza dalla condanna di eresia, effettuata dall’influenza dell’Etica Protestante – come ci ricordano Luc Boltansky ed Eve Chiapello – il capitalismo ha affinato nei decenni la propria tecnica persuasiva, riuscendo ad affermare un volto nuovo del mercato: il consumatore non sceglie merci, ma uno stile di vita autentico, difeso ad oltranza anche di fronte agli esiti tragici del cronicizzarsi della flessibilità lavorativa, anzi, riconoscendo in questa una “naturale” risposta immunitaria con cui il sistema economico protegge se stesso.

Quindi: solo chi è organico al sistema può scegliere uno stile di vita, indicando nel paniere delle offerte di esigenze già prefigurate, quelle in cui riconoscersi e che il mercato provvede a confezionare come prodotti e a vendere come merce. Promettendo riconoscimento, affermazione e dignità, il mercato globalizzato rischia di produrre estraneità e alienazione essendo attento a tenere alto il desiderio senza mai placarlo.

ll concetto di desiderio, che va a surrogare l’idea di futuro, deriva etimologicamente da “de-sidus”, cioè il non vedere le stelle che, un tempo erano la guida dei navigatori, e senza la guida del firmamento si finisce per rimanere in perenne attesa, smarrendo anche lo scopo del viaggio. Viviamo immersi in un Mare magnum in tempesta le cui correnti sono dominate dal Web e dai suoi linguaggi in una fitta sequenza di reazioni a catena tra i più svariati mondi del Mercato, della comunicazione, e delle politiche economiche.

Recentemente, in un confronto con il mio amico Giancarlo, questi ha detto che alcuni tratti manifestativi della Globalizzazione sono inquietanti, tra i quali fanno bella mostra: l’utopia del mercato LowCost, che abbassa solo la qualità dei prodotti e impoverisce la piccola e media impresa; la crescente disoccupazione; il dissolversi delle frontiere e il relativo viatico di merci e di forza lavoro pronta all’utilizzo come manodopera non qualificata. Alla puntuale sagacia del nostro interlocutore, rispondiamo dicendo che la Politica è immersa in una diffusa atmosfera di impotenza e si riduce quasi alla stessa logica dell’associazionismo umanitario, il quale tratta il dato della sofferenza sociale trovandosi nella stessa posizione dell’operaio che lavora alla catena di montaggio: assemblando rimedi dei quali non vedrà mai, compiutamente la soluzione. La visione miope e impolitica della totale amministrazione della Cosa Pubblica è l’incubo del presente e del quale ha diffusamente parlato H. Arendt; di fronte al diffondersi di questo fenomeno non ci sentiamo sicuri di affermare che il valore del tempo nell’epoca della Web-economy sia Magister vitae. Piuttosto, siamo indotti a pensare alla nascita di una nuova antropologia, quella dell’Homo telematicus, il quale come il Minotauro è metà umano e metà macchina. Che valore ha la comunicazione per questo nuova umanità? In un recente studio dell’Accademia della Crusca sul linguaggio nell’epoca del Web, si evince che la comunicazione è determinata dall’esigenza di comprimere emozioni, sensazioni e stati d’animo all’interno di un testo scritto che include sia il parlare che l’immaginare. La necessità di umanizzare con le Emoticon e le Emoji la comunicazione, nasce dall’esigenza, peraltro inosservata, di infarcire di autenticità relazionale la finzione comunicativa, arricchendola di significati espressivi propri degli Anime (animeshon: traslitterazione giapponese di animation). Reale e virtuale, copia e modello, pubblico e privato, spazio e tempo implodono perdendosi nei mille rivoli dell’invenzione fittizia, della maschera, del Pastiche, del gioco intimistico o di denuncia, di confessione o di recitazione, di dichiarazione o di segnalazione il tutto come se l’Altro fosse di fronte a noi. Qui entriamo in un altro aspetto della Querelle éthique, a tutta conferma che siamo nel bel mezzo di una nuova forma di cecità e di sordità etica, relativa alla conferma del primato del vedere sul guardare e dell’udire sull’ascoltare, solo con lo sguardo e con l’ascolto si possono comprendere le esigenze dell’Altro.

Bisogna andare oltre la globalizzazione dell’indifferenza della quale ha parlato Papa Francesco, sapendo bene che la prima mossa è il recupero del valore del tempo che deve tornare a fare la differenza, mettendo in cammino utopie e speranze nella direzione di un robusto realismo politico.

di  Giuseppe Carcea

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