Risoluzione Onu: stop agli insediamenti di Israele in Cisgiordania

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Il Consiglio di Sicurezza Onu ha approvato una risoluzione di condanna degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Crisi diplomatica e ira di Tel Aviv: “E’ una vergogna”. Trump “Le cose cambieranno dal 20 gennaio”. La risoluzione è passata con 14 voti a favore grazie all’astensione – storica – degli Usa che non hanno posto il veto.

israele-onuL’approvazione lo scorso 23 dicembre della risoluzione con la quale le Nazioni Unite condannano gli insediamenti israeliani nei “territori occupati” sta creando un duro scontro diplomatico tra Israele e i paesi membri del Consiglio di Sicurezza che hanno permesso l’adozione del documento.
La tensione è accresciuta dalla decisione degli Stati Uniti di astenersi in fase di votazione, scelta insolita e motivata dal fatto che negli ultimi anni non ci sono stati progressi importanti nel processo di pace tra Israele e l’Autorità palestinese, che da decenni punta alla creazione di un proprio Stato con capitale a Gerusalemme est.

Il primo ministro israeliano Netanyahu ha attaccato l’amministrazione Obama: “Gli Stati Uniti hanno abbandonato Israele” è stato il primo, duro commento di Tel Aviv alla notizia dell’approvazione della risoluzione 2334. “Siamo un paese con un orgoglio nazionale e non porgiamo l’altra guancia. Il mondo rispetta i paesi che non si umiliano” ha aggiunto il primo ministro.

Al voto si è arrivati dopo un braccio di ferro tra l’amministrazione Obama e il governo di Netanyahu, il quale si è persino rivolto a Donald Trump per tentare di bloccare il testo. Il governo israeliano ha annunciato che non rispetterà la risoluzione e che attende  l’insediamento del tycoon a gennaio (Trump durante la campagna elettorale aveva promesso di cambiare la politica di Obama in Medioriente) per rivedere i rapporti tra Washington e Tel Aviv.

Come reazione alla votazione, il giorno di Natale Netanyahu ha convocato gli ambasciatori dei paesi membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che hanno votato il documento. Una decisione che ha scuscitato lamentele da parte della comunità diplomatica in Israele per la scelta di farlo durante un giorno di festa religiosa.

Netanyahu ha anche richiamato gli ambasciatori israeliani in Nuova Zelanda e Senegal (altri due membri del Consiglio), ha cancellato la prossima visita ufficiale del primo ministro ucraino in Israele, sospeso l’erogazione di aiuti finanziari al Senegal e ha “consigliato” i suoi ministri di ridimensionare gli incontri e le relazioni diplomatiche con i loro omologhi dei paesi del Consiglio di sicurezza dell’ONU per le settimane a venire. Il ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, ha anche interrotto le comunicazioni civili e diplomatiche di Israele con l’Autorità Palestinese e ha attaccato la Francia colpevole di aver organizzato una conferenza di pace internazionale sul conflitto israelo-palestinese il prossimo 15 gennaio. Lieberman ha provocatoriamente paragonato la futura conferenza al processo ad Alfred Dreyfus, un famoso caso di antisemitismo avvenuto in Francia alla fine dell’Ottocento.

Il testo approvato dal Consiglio di Sicurezza condanna la politica di colonizzazione israeliana dei cosiddetti “territori occupati” palestinesi (ormai limitati a Gerusalemme Est e alla Cisgiordania ma che fino al ritiro unilaterale del 2005 includeva anche la Striscia di Gaza) e ne chiede “l’immediata e totale” cessazione. La risoluzione aggiunge che gli insediamenti “costituiscono una violazione palese del diritto internazionale e un grande ostacolo per ottenere la pace attraverso la soluzione dei due stati, due popoli”.
Il testo condanna anche “tutti i mezzi impiegati (confisca delle terre e alla demolizione delle case palestinesi, ndr) per alterare la composizione demografica e lo status del territorio palestinese occupato dal 1967, inclusa Gerusalemme Est”.

La decisione non impone a Israele un obbligo di comportamento tuttavia resta il suo alto valore simbolico e l’importanza storica dell’atto soprattutto per la posizione che è stata presa dagli Stati Uniti. Motivando la loro astensione, la rappresentante permanente degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, Samantha Power, ha ricordato che da quasi 50 anni il suo paese chiede che siano fermate le attività di espansione negli insediamenti: “Uno non può approvare l’espansione degli insediamenti israeliani e al tempo stesso sostenere una soluzione per i due stati che porti alla fine del conflitto. Si deve fare una scelta tra le occupazioni e la separazione” dei due stati, ha detto Power nel suo intervento.

Il governo israeliano ha diffuso una nota definendo “vergognosa” la risoluzione poiché definisce la terra israeliana occupata e chiarendo che non osserverà le sue richieste e che attenderà di avere un migliore rapporto con la prossima amministrazione Trump, che si insedierà a fine gennaio: “Israele attende con impazienza di lavorare con il presidente eletto Trump e con i nostri amici al Congresso, sia Repubblicani sia Democratici, per annullare gli effetti di questa risoluzione assurda e dannosa”.

Il presidente eletto, Donald Trump aveva chiesto alla rappresentanza Usa all’Onu di porre il veto sulla risoluzione, con una mossa che alcuni analisti hanno giudicato un’interferenza senza precedenti da parte di un presidente eletto.

L’amministrazione di Barack Obama è notoriamente contraria agli insediamenti israeliani nei territori occupati. Obama si è mostrato più vicino alle ragioni dei palestinesi rispetto al suo predecessore George W. Bush, più insofferente nei confronti della politica di insediamenti (cioè la costruzione di abitazioni per coloni israeliani all’interno dei territori di competenza dell’Autorità Nazionale Palestinese). A peggiorare le relazioni diplomatiche tra Washington e Tel Aviv, l’accordo sul nucleare con l’Iran e i 5+1 raggiunto nel luglio 2015 che impegna i paesi occidentali a eliminare progressivamente le sanzioni economiche imposte all’Iran negli ultimi anni, mentre l’Iran accetta di limitare il suo programma nucleare e di permettere alcuni periodici controlli da parte dell’ONU alle sue installazioni nucleari.

Sembrerebbe che la decisione di Obama di far astenere gli Stati Uniti dalla votazione sia stata presa a causa della mancanza di progressi significativi nel processo di pace, dove continuano a esserci tensioni molto alte tra Israele e l’autorità palestinese, che da decenni ambisce alla creazione di un proprio stato vero con capitale a Gerusalemme est.

La risoluzione è stata approvata da 14 stati membri del Consiglio (tra permanenti e non permanenti) con l’astensione degli Stati Uniti. Per passare il provvedimento aveva bisogno di almeno 9 voti a favore e di nessun veto dei membri permanenti del Consiglio, cioè Stati Uniti (che appunto si sono astenuti), Francia, Russia, Regno Unito e Cina.

Malgrado il disposto dell’art. 27, par. 3 della Carta delle Nazioni Unite richieda espressamente, per le questioni non procedurali, il voto favorevole di nove membri, nel quale siano compresi i voti di tutti i membri permanenti, la prassi interpretativa, avallata dalla Corte Internazionale di Giustizia, è orientata nel senso che l’astensione o l’assenza del membro non significa che esso si oppone all’approvazione della proposta: per impedire l’adozione di una risoluzione che richiede l’unanimità dei membri permanenti, un membro permanente sarebbe dunque sempre tenuto ad esprimere espressamente il suo voto contrario

Dunque, l’approvazione della risoluzione non è una svolta piuttosto una parentesi, seppure breve, nei rapporti tra Stati Uniti e Israele, in vista del 20 gennaio 2017, giorno dell’insediamento ufficiale di Donald Trump alla Casa Bianca il quale ha confermato la volontà di mantenere stretti legami con Israele, come annunciato più volte nella campagna elettorale per le presidenziali, ma di rivedere la posizione statunitense in seno alle Nazioni Unite proprio sulla questione mediorientale. Già a fine novembre Trump ha scelto Nikki Haley, governatrice della Carolina del sud, in sostituzione di Samantha Power alle Nazioni Unite. Haley, forte sostenitrice di Israele, ha fatto approvare una legge statale che vieta e sanziona le attività legate alla campagna globale “Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni” (BDS), che si batte per la fine dell’occupazione israeliana nei territori palestinesi.

Intanto, dopo l’approvazione della risoluzione, Israele sfida le Nazioni Unite. Da un lato minaccia di sospendere i finanziamenti all’organizzazione internazionale e dall’altro annuncia il via libera al piano per la costruzione di 618 case nella parte est di Gerusalemme, a prevalenza araba.

Quindi, il voto ha creato molto più di un disappunto. La convinzione di Tel Aviv è che Obama si sia schierato contro Israele e che l’astensione sia frutto di un colpo di coda del presidente in carica prima di lasciare il testimone a Trump e prendere le distanze da quest’ultimo e dalla sua prevista svolta nella politica in Medio Oriente. Prima decisione in questa direzione, la scelta di nominare il falco David Friedman come nuovo ambasciatore in Israele. Avvocato, senza esperienza diplomatica, ha legami con movimenti rabbinici estremisti e ha definito “peggio dei kapò” gli ebrei che appoggiano la soluzione dei due Stati.
Inoltre, Trump ha anche annunciato la decisione di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Una mossa che rischia di congelare il processo di pace e di riacutizzare il conflitto nella regione, dato che anche i palestinesi rivendicano Gerusalemme come capitale del loro futuro Stato.

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