Disparità e povertà estrema: la fotografia dell’Unicef

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Infanzia. Nonostante i progressi compiuti negli ultimi 25 anni, la strada per l’equità è ancora lunga

Una data importante, il 20 novembre. Ricorre l’anniversario della Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Fu in questo giorno del 1989, infatti, che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, ratificata da oltre 190 Paesi tra cui l’Italia, nel 1991.

In un mondo in cui viene ancora negato a milioni di bambini l’accesso all’istruzione e nel 2015 quasi 6 milioni d’età inferiore ai cinque anni sono morti soprattutto per malattie prevenibili e curabili in modo rapido, ha ancora senso parlare di diritti dell’infanzia?
Evidentemente sì, perché voltarsi dall’altra parte non può essere un antidoto all’ingiustizia, tanto più che, dal 1990 ad oggi, in molti casi le disuguaglianze si sono ridotte. Lo rivela il Rapporto annuale dell’Unicef “La Condizione dell’Infanzia nel Mondo 2016 – La giusta opportunità per ogni bambino”. Dallo studio emerge che negli ultimi 25 anni sono stati raggiunti importanti progressi. Il tasso di mortalità infantile sotto i 5 anni, ad esempio, è più che dimezzato e in paesi come Etiopia, Liberia, Malawi e Niger è sceso di oltre due terzi. Tra il 2000 e il 2014 i decessi per morbillo si sono ridotti di quasi l’80% grazie ai programmi di vaccinazione, il che significa aver salvato circa 1,7 milioni di vite. Anche se la povertà sta diminuendo a livello globale, è pur vero che molte disparità permangono e continuano a scavare il divario tra i bambini delle famiglie benestanti e quelli delle meno abbienti.
Progresso non è ancora sinonimo di equità, laddove con questo termine l’Unicef intende il “principio che tutti i bambini abbiano le stesse opportunità di sopravvivere, di svilupparsi e di realizzare appieno le proprie potenzialità”. In altri termini, è una questione di imparzialità e opportunità: “Un’equa opportunità per ogni bambino” che ha il diritto di crescere sano, forte, istruito e capace di contribuire allo sviluppo della propria società. Niente di più naturale e al tempo stesso difficile da raggiungere perché molto è stato fatto, ma molto ancora resta da fare. L’allarme lanciato dal rapporto dell’Unicef, infatti, è chiaro: se le tendenze degli ultimi 15 anni continueranno nei prossimi 15, si stima che nel 2030:

  • oltre 60 milioni di bambini in età scolare saranno esclusi dall’istruzione;
  • 69 milioni di bambini moriranno prima del loro quinto compleanno. Inoltre, si faranno sentire sempre più gli effetti del cambiamento climatico. Considerando che oltre mezzo miliardo di bambini vive in zone soggette a frequenti inondazioni e, di contro, circa 160 milioni abitano in regioni di grave siccità, le conseguenze sono facilmente intuibili. Secondo le proiezioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità fino al 2030 si verificheranno ogni anno all’incirca 250.000 decessi causati da fattori quali malnutrizione e malaria attribuibili al cambiamento climatico;
  • 167 milioni di bambini, per la maggior parte nell’Africa sub-sahariana, vivranno in condizioni di povertà estrema, il che assomiglia molto a una condanna a morte poiché rispetto a un bimbo ricco, il coetaneo indigente ha il doppio delle probabilità di morire prima dei 5 anni.

All’infanzia che vive in condizioni di povertà estrema l’Unicef insieme alla Banca Mondiale ha dedicato il recente Rapporto “Ending Extreme Poverty: A Focus on Children”. Le stime globali dello studio si basano sui dati di 89 Stati che rappresentano l’84% della popolazione dei Paesi in via di sviluppo.
Chiariamo innanzitutto cosa intendono, i ricercatori, per “povertà estrema”. In linea con gli standard della Banca Mondiale un bambino è in tale condizione se si trova in una famiglia che sopravvive con 1,9 dollari (o anche meno) a persona al giorno. Il rapporto sottolinea che il progresso in questo campo è stato notevole, in quanto dal 1990 un miliardo abbondante di persone è scampato a una simile miseria. Ciò non toglie che, secondo i dati del 2013, troppa gente vive ancora in condizioni al limite della sopravvivenza: su un totale di 767 milioni di esseri umani in povertà estrema, 389 milioni sono bambini e di questi i maggiormente colpiti, 122 milioni, hanno meno di cinque anni.

Quali sono le regioni dei Paesi in via di sviluppo più interessate dal fenomeno? Innanzitutto l’80% dei minori che lottano per sopravvivere si concentra nelle aree rurali piuttosto che urbane. In secondo luogo, oltre la metà dei bimbi in povertà estrema, nel mondo, vive nell’Africa sub-sahariana, seguita dall’Asia meridionale (36%) e dall’India, che da sola supera di poco il 30%.

Questi 389 milioni di bambini corrono un rischio maggiore, ad esempio nel non ricevere istruzione, assistenza sanitaria e nutrizione adeguate, oltre al pericolo di sfruttamento e abusi.
Tener conto degli aspetti multidimensionali della povertà estrema infantile è cruciale e, si legge nel Rapporto, l’obiettivo di mettere al fenomeno la parola fine entro il 2030 “non sarà facile”, sebbene per Unicef e Banca Mondiale “il cambiamento è possibile” e dichiarano di essere già al lavoro con i governi e altri partner per affrontare il problema. Tra le richieste rivolte ai governi, “dare la priorità a investimenti nell’istruzione, salute, nutrizione” e a infrastrutture “di cui possano beneficiare i bambini più poveri e che impediscano alle persone di retrocedere in uno stato di povertà dopo aver subito battute d’arresto come siccità, malattie o instabilità economica”.

(di Laura Guadalupi)

 

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