Penelope e l’arte della tessitura politica

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’editoriale del Filosofo Carcea

220px-simmons_-_penelope_de_young_museum_1991-68_left_sideE’ difficile immaginare  quanto sia stato importante il ruolo di Penelope nella  costruzione della Polis  greca fino, addirittura alla politica come oggi la conosciamo. La sua antica arte, la tessitura, il lavoro a cui le donne erano dedite, diventerà la base di una rivoluzione che farà di Penelope  la madrina, per lo più disconosciuta di un Occidente che passa dalle conquiste guerriere alla cultura del lavoro, dal volere degli dèi a quello degli uomini e dell’agire impulsivo a quello misurato. Lavoro, razionalità, futuro, ma anche un punto di domanda, e cioè, come è riuscita Penelope a trasformare  una antica arte, pedissequamente ritualizzata nel trascorrere monotono del lavoro quotidiano in una opportunità di futuro che ha trascinato con sé Ulisse e la sorte dell’umanità a venire? Compiendo un considerevole balzo in avanti, la risposta, per quanto  possa sembrare inattuale, la troviamo all’interno della preoccupazione dei politici del nostro tempo, ossessionati da un dato che ritengono sconfortante, ossia  la costante minaccia  dell’astensionismo e della  mancanza di partecipazione politica, che si riassumono in un solo termine: disillusione. Al centro della cittadinanza, parafrasando Gilles Lipovetsky, campeggia l’era del vuoto invece che del voto, lo squarcio che lo determina è dovuta  alla disillusione  per una delle parole meno amate nell’immaginario collettivo, ossia la politica. Il fronte dell’assenteismo aumenta e con esso quello dei disillusi i quali battono numericamente i delusi e gli indignati, ossia coloro che in qualche modo hanno creduto a progetti, impegni, programmi e poi ne hanno verificato la mancata realizzazione. I disillusi, invece, non vogliono neanche porre un punto di domanda, un commento, una valutazione, per questi ultimi non c’è nulla da salvare, avvertono la estraniante sensazione del sentirsi impotenti nonostante l’arma del voto, del referendum e dello sciopero. La disillusione allontana i cittadini dalla politica, i quali uscendo fuori dalla  “Polis”, dismettono i panni della cittadinanza per regredire alla banale consolazione dell’Oikos, della vita privata, divorziando dal lavoro e dall’idea di futuro. Il contrario della disillusione sembra essere un robusto realismo, che tradotto in azione politica rischia di considerare quest’ultima come una sorta di “cambusa” o un magazzino pieno di scorte  che i politici dovrebbero semplicemente distribuire a tutti senza  preferenze e magari senza ruberie. Ed è per questo che i nostri giovani, adusi a pensare alla realtà, per lo più in questi termini, non credono nella politica, perché in essa regnano corruzione e avidità, ma anche indifferenza per la sorte degli altri. Abbiamo buone ragioni, che ci accingiamo ad argomentare, per ritenere che il contrario di disillusione non sia realtà, non dobbiamo dimenticare che esiste un termine medio che è quello di illusione, ed è a questo termine che ci induce a formulare un punto di domanda: da quando l’illusione  è divenuta una categoria politica, ponendosi tra la disillusione,  e la realtà?

Sicuramente da quando la formazione del consenso, delle scelte e delle decisioni, devono tenere conto della sensibilità e dell’implicazione psicologica  richiesta da una cultura fondata sulla socializzazione di punti vista individuali, Marcuse docet.  Tornando a Il mito di  Penelope, dobbiamo dire che, con straordinaria preveggenza ci ha insegnato qualcosa di enorme valore, ancora prima che l’Umanesimo facesse il suo ingresso nella storia. Il mito racconta che la nostra Madrina, nella solitaria roccaforte di Itaca, è presa d’assalto dalla famelica sete di potere dei Proci, questi le chiedono di decidere e in fretta, di scegliere e indicare l’uomo che avrebbe preso il posto di Ulisse. La richiesta  si fa pressante e la semplice arte del quotidiano lavoro non sarebbe servita a Penelope a farla uscire dalla difficoltà, neanche distraendola. La furia dell’incalzare degli eventi rischiano di annichilirla, essendo costretta a scegliere un uomo che sarebbe diventato un sovrano senza altri meriti, se non quello di affermare la propria onnipotenza. Ma, è proprio a questo punto che accade qualcosa di straordinario, Penelope deve guadagnare tempo se vuole che ci sia una pur esile speranza che Ulisse ritorni, quindi  decide di far finta di compiere il lavoro di tessitura che in realtà non compie. Ed “ecco il miracolo”, la finzione produce un effetto rivoluzionario, quello di “sradicare” il telaio dal suo uso quotidiano e di utilizzarlo per un altro scopo che ha come esito, tra l’altro non intenzionalmente atteso, e cioè di costruire una immagine mentale potentissima che persiste come se fosse di fronte ai suoi occhi: Ulisse  è vicino a lei. Possiamo dire che ciò sia il frutto di una illusione, ma si saprà qualche millennio dopo la narrazione omerica quanto la finzione e l’illusione siano importanti in psicologia.  Ulisse sarebbe tornato, o forse no, ma ciò che è certo e che la rivoluzione della nostra eroina, avrebbe, comunque  raggiunto il suo scopo, visto che da quel momento, la forza evocatrice dell’immaginazione, divenendo eidos, forma,  raggiunge la sua autonomia rispetto alla percezione sensibile, e così, la forza delle idee sarebbe, in seguito divenuta la forza del cambiamento. La politica, dopo di ciò,  non sarebbe stata più semplice ardimento, frutto di coraggio, di forza fisica e di misteriosa alleanza con gli dèi, bensì forza delle idee.  Omero ha scelto una donna per pensare in modo rivoluzionario, gettando le basi del futuro dell’agire politico ancora prima di Platone e Aristotele e molto in anticipo sulla rivoluzione medioevale e moderna.  Ed ecco che la regione sconfinata di Urano, del cielo, le impervie altezze dell’Olimpo si riducono all’ordito su cui Penelope tesse. L’ago per imbastire la tessitura si sostituisce alla lancia usata dai guerrieri nella pugna, e infine, lo stesso operoso lavoro al telaio diventa arte dell’attesa paziente, strategia capace di sospendere il presente, e fare spazio al nuovo. Penelope tesse  e differendo il tempo raggira i Proci, ossia i burocrati del suo tempo, pensando a Ulisse, finisce per renderlo partecipe di una rivoluzione ancora prima che egli possa compierla di persona.  Nessun buon inizio, come direbbe D. Winnicott, può fare a meno dell’attesa dell’Altro,  al contempo, nessuna attesa che non voglia essere mero delirio può dimenticare ciò che ci siamo lasciati alle spalle, e di seguito, nessun presente deve distruggere lo spazio di illusione, non nell’accezione di vuota speranza, bensì di progettualità indissolubilmente legata all’idea socializzata di un futuro da costruire insieme.

 di Giuseppe Carcea

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