Amarcord: Mohammed Aliyu, il calciatore acquistato per scommessa

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“Questo è un gran giocatore, ci puoi scommettere”. Quante volte se lo saranno detti fra di loro dirigenti di società di calcio a colloquio? Di certo, però, quasi nessuno acquista un atleta per scommessa: prima lo si scova, poi si studia, si valuta per tre o quattro volte, e infine si opta per l’affare. Quello che è successo a Mohammed Aliyu, invece, rasenta l’incredibile, il grottesco e l’assurdo, di strategia calcistica ve n’è poca nella sua storia, di casuale probabilmente quasi tutto.

Mohammed Aliyu Datti nasce in Nigeria nella città di Makada il 14 marzo 1982 e sin da piccolo vuole fare il calciatore, una delle speranze più diffuse nei paesi poveri del centro Africa; è alto ma molto magro, gioca come attaccante esterno ed ha come idolo il liberiano George Weah, il calciatore africano più celebre degli anni novanta e che nel 1997 gioca in Italia nel Milan, proprio quando il quindicenne Aliyu decide di tentare l’avventura italiana, quando alcuni osservatori del Padova lo scoprono durante un viaggio in Nigeria. Il talento c’è, il Padova milita in serie B e sta provando a ricostruire l’organico con molti giovani; Aliyu è bravo e ci mette anche tanto impegno, vuole a tutti i costi superare il periodo di prova che la società veneta gli ha concesso ed essere così tesserato. Assieme a lui in rosa c’è un altro talento nigeriano, Mast Hashimu Garba, anch’egli di buone prospettive, due anni più grande di Aliyu; e qui nasce l’intoppo: al Padova piacciono entrambi i ragazzini, ma il regolamento impone il tesseramento di un solo extracomunitario, per cui uno dei due al termine della prova dovrà andare via. Il presidente biancoscudato Cesare Viganò non riesce a scegliere, non riesce a capire quale dei due promettenti ragazzotti nigeriani potrà sfondare meglio nel grande calcio; ha poco tempo però per decidere, così entra in crisi, pensando che qualsiasi scelta potrebbe essere quella sbagliata. “Che si fa?” – pensa il presidente del Padova, indeciso così come il direttore sportivo della squadra; alla fine ecco l’opzione che non ti aspetti: i due tirano a sorte, facendo quella che in gergo si chiama conta, il bim-bum-bam dei bambini. Dal sorteggio esce il nome di Aliyu che deve così alla dea bendata il suo tesseramento col Padova nell’estate del 1997.

Una beffa per il povero Garba che fa le valigie e cerca fortuna nella vicina Verona dove troverà squadra grazie al Chievo, ma non sfonderà più di tanto, ritagliandosi una carriera comunque dignitosa fra serie C e D con le maglie di Pistoiese, Martina, Imolese, Fano, Latina, Spal e Sansovino, più un’esperienza in Svizzera senza lasciare il segno. Aliyu resta invece al Padova e a neanche sedici anni esordisce in serie B con la maglia dei biancoscudati: emozione e commozione, ma pure la consapevolezza che qualcosa manchi ancora. Se ne accorge anche il tecnico padovano Pillon che manda il nigeriano in campo in quattro occasioni, ne coglie il talento ma anche l’inesperienza: i difensori della serie B sono dei vecchi marpioni, col pelo sullo stomaco ben visibile ed Aliyu spesso e volentieri viene spostato fisicamente con un soffio, beffato tatticamente dai più scaltri avversari. No, meglio fare le cose per gradi: ok l’esordio dopo la scommessa, ok il talento, ma ci vogliono ossa, muscoli e carattere più duri; in inverno Aliyu va a giocare a Ravenna, ma non in prima squadra (sempre serie B) ma nella formazione Primavera, dove impara qualche trucco confrontandosi coi pari età e potendo mettere in mostra quanto imparato nei mesi a Padova. Di questo sedicenne nigeriano continua a dirsi un gran bene, tanto che addirittura il Milan se ne interessa, dapprima velatamente e poi con sempre più insistenza: la società rossonera spedisce osservatori e responsabili del settore giovanile a monitorare il giovanissimo attaccante, poi, con più convinzione del presidente del Padova, decide di acquistarlo e nell’estate del 1998 lo inserisce nell’organigramma della Primavera dove Aliyu si mette in mostra per doti tecniche, velocità ed imprevedibilità.

Per il giovanotto è un sogno che si avvera: sta diventando un calciatore vero, è in uno dei campionati più belli d’Europa e per di più in una società come il Milan, famosa e blasonata, ma dove soprattutto milita il suo idolo di infanzia Geroge Weah. Aliyu gioca e si allena sperando un giorno di poter affiancare il centravanti liberiano nell’attacco milanista; mai però il giovane nigeriano avrebbe immaginato di esordire in serie A non ancora maggiorenne ed invece l’inaspettato si verifica domenica 24 gennaio 1999: il Milan gioca a Bologna, è la prima giornata di ritorno del campionato e Alberto Zaccheroni, tecnico rossonero, si trova in Emilia con un’emergenza attaccanti che lo costringe a giocare col solo Bierhoff in avanti e il giovane Aliyu aggregato in prima squadra dalla Primavera, in teoria per fare numero, in realtà per aiutare davvero il Milan che va due volte in svantaggio al Dall’Ara, riuscendo in entrambi i casi a raccogliere il pareggio: 2-2. I rossoneri a questo punto vogliono la vittoria, Zaccheroni azzarda e si gioca il tutto per tutto: fuori il fantasista brasiliano Leonardo e dentro l’attaccante sedicenne Aliyu. In molti strabuzzano gli occhi: “Chi?”, si chiedono. Qualche tifoso milanista è pure incavolato perchè i rossoneri sono in lotta per lo scudetto e l’inserimento di un ragazzino non aiuta, considerando che a Bologna mancano anche molti titolari; ad Aliyu tutto questo non interessa, lui entra in campo con naturalezza e semplicità, vuole solo giocare e rendersi utile, in Primavera gli hanno insegnato che a pallone si gioca sempre nello stesso modo, possono cambiare avversari e stadi, ma la tattica è la stessa, il pallone è sempre di cuoio e pesa sempre allo stesso modo. Il giovane nigeriano diventa il protagonista del convulso finale di partita: al 90′ scatta palla al piede verso la porta bolognese, la difesa lo rincorre e lo butta per terra proprio al limite dell’area regalando al Milan un calcio di punizione pericolosissimo. Sul punto di battuta va il francese N’Gotty che buca la barriera e sigla il gol del definitivo 3-2 per il Milan, un successo che sarà pietra miliare dello scudetto che i rossoneri vinceranno a fine stagione.

Aliyu torna a giocare con la Primavera e così farà anche in tutto il campionato successivo, fino al 16 aprile 2000 quando il nigeriano torna in panchina con la prima squadra in occasione di Torino-Milan. E’ un’altra partita pazza per gli uomini di Zaccheroni: a Torino piove, i granata rimontano il vantaggio milanista di Ambrosini e si portano sul 2-1. Il tecnico rossonero spedisce in campo Aliyu al posto di Shevchenko, poco prima del definitivo pareggio di Guglielminpietro; per il nigeriano è la seconda presenza in serie A in due anni, forse l’inizio di un impiego maggiore. Non sarà così: Aliyu chiuderà la sua carriera milanista con queste sole due apparizioni, senza mai riuscire a giocare a San Siro. Chiuso dai campioni rossoneri ma troppo grande per la Primavera, infatti, l’attaccante africano finisce in prestito in serie B al Monza dove nella stagione 2000-2001 sigla 3 reti in 26 partite, senza evitare però che la formazione brianzola scenda in serie C. Tornato al Milan, Aliyu non gioca mai ed i rossoneri lo prestano ancora in serie B al Siena dove disputa quattro spezzoni di gara senza andare mai a segno. Il contratto col Milan scade e non viene rinnovato, ed Aliyu emigra in Belgio nelle fila dello Standard Liegi.

E’ nelle Fiandre che il nigeriano trova la sua breve ma significativa consacrazione che gli fa guadagnare anche la maglia della nazionale con cui giocherà 5 partite mettendo a segno anche un gol; a Liegi segna 8 reti nel campionato 2003-2004 e l’anno dopo, passato al Mons, ne segna 14, prima di due esperienze agrodolci con le maglie di Gent e Zulte Waregem, e prima di tornare al Mons dove non troverà la stessa fortuna di due anni prima. Aliyu ha ormai capito che il treno del grande calcio è passato: nel 2010 chiude a nemmeno trent’anni la sua carriera giocando nella serie C belga dopo un breve ritorno nel campionato nigeriano. A soli quindici anni l’esordio in serie B, a sedici in A: un futuro quasi assicurato, una realtà ben diversa per uno dei tanti talenti bruciati del mondo del calcio. Il tutto nato solo per scommessa.

di Marco Milan

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