Champions League. Gioia Real Madrid: l’undecima è realtà

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C’era una volta la maledizione della decima, sembrano passati decenni ormai da quando il Real Madrid si imbatteva sistematicamente nell’impossibilità di alzare per la decima volta la coppa dalle grandi orecchie. Ancelotti prima, ma sopratutto Zidane poi, hanno reso questo soltanto un lontano ricordo, in un amen nel giro di 3 anni il Real ha alzato anche l’undicesimo titolo e lo ha fatto sotto il cielo di Milano, in una notte che verrà ricordata a lungo.

real madrid undecimaLa notte di Milano resterà viva nella memoria dei madridisti. La stagione, infatti, è culminata in un successo che soltanto 4 o 5 mesi fa era impensabile. La folle scelta di affidare a Rafa Benitez uno spogliatoio come quello del Real stava rischiando di compromettere una stagione. In un campionato difficile, in cui ogni anno ci si trova a lottare contro macchine come il Barca e l’Atletico, e in una Champions che ogni anno può nascondere mille insidie, la scelta dell’ex tecnico del Napoli è stata da subito fallimentare.

Neanche la cabala, che vede il Real vincere la Champions, dopo le cinque di file dal 1957 al 1969, soltanto negli anni pari (1966, 1998, 2000, 2002, 2014) non sembra poter funzionare con Rafa. Ed ecco quindi che all’inizio dell’anno Florentino decide per il cambio: destituido Benitez, dentro l’uomo dei sogni con il pallone ai piedi, Zinedine Zidane. E se in Liga il passaggio non porta i frutti desiderati, troppo difficile riprendere il Barcellona, nonostante qualche passaggio a vuoto di Messi e compagni, in Champions nonostante le difficoltà il Real comincia a mettere in piedi pezzo dopo pezzo il viaggio verso l‘undecima. 

ll Real non dà mai l’impressione di essere la potenza schiacciasassi che ci si aspetta da una squadra con gente come Ramos, Marcelo, Modric, Kroos, Ronaldo, Bale e Benzema, ma nonostante questo il gruppo è tornato ad essere unito. Il cammino di Zidane comincia agli ottavi, e comincia dall’Italia, proprio come l’ultimo atto. La Roma ha appena cambiato gestione, proprio come il Real, e allenatori a confronto per bagaglio di esperienza e conoscenze, forse la Roma parte avvantaggiata, ma Luciano Spalletti non può bastare per fermare Ronaldo e compagni. Il portoghese, stuzzicato per i suoi pochi gol in trasferta nell’ultimo periodo, apre le marcature a chiudere è Jesè: 2-0 e quarti di finale in cassaforte. Nella sfida di ritorno si vedono i limiti di una squadra che potenzialmente potrebbe non avere rivali: difesa larga e atteggiamento un po’ troppo morbido, la sfida finisce sempre 2-0 con i gol di Ronaldo e James, ma a far preoccupare ci sono le le 4 o 5 occasioni nitide sui piedi di Dzeko e Salah fallite sullo 0 a 0.

Nei quarti il sorteggio è benevolo: l’andata sul campo del Wolfsburg, il ritorno al Bernabeu. Ma è proprio in Germania che sembra pronta a fermarsi la corsa del Real, con le relative critiche sull’inesperienza del tecnico e sull’incapacità della squadra di offrire il gioco tanto amato dal presidente che costruì il mito dei GalacticosIl 2-0 per i tedeschi lascia spazio soltanto all’impresa, ed è proprio il 12 aprile che il Real capisce che la coppa può ancora diventare realtà: Ronaldo è in vena di grazia e con la sua tripletta trascina Zidane in semifinale a giocarsela con il Manchester City. Il doppio confronto con gli inglesi non è esaltante: 0-0 a Manchester mentre al ritorno basta un guizzo di Bale per portare il Real a Milano.

E come nei film drammatici a giocarsi la finale ci sarà ancora lo stesso avversario dell’ultima volta, l’Atletico affamato di vendetta, al quale il destino ha ridato la più grande occasione: riprendersi quanto perso due anni prima contro lo stesso “odiato” avversario. Giocare un derby in finale è già di per se drammatico è difficile, a Madrid però gli equilibri sono da sempre gli stessi, il ricco Real domina sull’Atletico operaio. La Liga vinta dall’Atletico nel 2014 non può bastare per cambiare la storia, i Colchoneros devono servire la vendetta al Real.  

Perdere una finale è di per se qualcosa di atroce, ma perderla come successo al Cholo Simeone due anni prima lo è ancora di più: subire il gol del pareggio a 5 secondi dalla fine della partita non si manda giù facilmente. Un altro modo decisamente tragico in cui perdere è quando in realtà dal campo non si esce sconfitti. L’Atletico può dire di aver vissuto entrambe le delusioni, di umore opposto i tifosi del Real, vittoriosi in due derby di Champions drammatici, ma per questo ancora più belli.

Il blancos si portano subito avanti con l’uomo della provvidenza di due anni prima: Sergio Ramos, in fuorigioco, corregge in rete una torre di Bale. L’Atletico si trova quindi a dover far la partita e, quasi a rispondere alla critiche per il gioco espresso, ci riesce anche abbastanza bene. Ma che ci sia una maledizione sull’Atletico appare chiaro quando Antonie Griezmann, l’uomo nuovo dell’Atletico, stampa sulla traversa il rigore del pareggio nei primi minuti della ripresa. Il Real gioca in ripartenza e con Bale, Ronaldo e Benzema, rischia di essere sempre pericoloso. Il colpo del ko capita sul piede di Ronaldo, che non in grande serata, si fa ipnotizzare da Oblak in uscita, sulla ribattuta Bale a porta vuota centra gli uomini dell’Atletico in disperata difesa della linea di porta. L’Atletico trova così la forza per continuare e dalla grande paura Koke fa partire il contropiede che porta al gol di Carrasco. L’1-1 non si smuove più e questa volte si va ai rigori. I giocatori del Real e dell’Atletico quasi a sfidarsi decidono di tirare i rigori tutti dalla stessa parte. Vasquez, Marcelo, Bale, Ramos e Ronaldo tirano tutti alla sinistra di Oblak (decisamente poco reattivo tanto da restare su due rigori fermo immobile sulla linea di porta), mentre Griezmann, Gabi, Saul e Juanfran tirano tutti alla destra di Navas. La differenza sta nel palo colpito da Juanfran che lascia a Ronaldo il rigore della gloria e Cristiano, nonostante una partita ricca di ombre, non si fa pregare. Apre anche lui il piattone e dà il via, di nuovo, alla festa in casa Real.

di Cristiano Checchi

 

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