Referendum costituzionale: nuovo strappo minoranza Pd. No firme per richiederlo

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Referendum Costituzionale. Dopo il via libera dato dalla Camera al ddl Boschi, in settimana al “Palazzaccio” sono arrivate le firme di opposizione e maggioranza, la quale ha mostrato non poche divisioni interne

Referendum costituzionale. La campagna referendaria che culminerà ad ottobre è appena iniziata ed è già in corso la polemica tra chi ha depositato o meno in Cassazione le firme per richiedere il referendum confermativo sulle riforme. Come se le polemiche maturate durante il dibattito parlamentare non fossero bastate. E questa volta il tentativo di “spallata” al governo viene dalla minoranza dem: Pier Luigi Bersani, Gianni Cuperlo, Roberto Speranza e Davide Zoggia in primis. Gesto spiegato da Cuperlo come un “semplice galateo istituzionale” e chiede di non “farne un caso politico” perché “eleganza e logica vorrebbero che fossero i partiti di opposizione a richiedere il referendum. Penso sia giusto così”. In realtà la richiesta può essere presentata da un quinto dei membri di una Camera. Inoltre, è bene ricordare che per questo tipo di consultazione non è previsto il quorum, quindi la legge verrà promulgata se i voti a favore supereranno quelli contrari.

Dopo il via libera dato dalla Camera al ddl Boschi, in settimana al “palazzaccio” sono arrivate le firme di opposizione e maggioranza, la quale ha mostrato non poche divisioni interne.

L’opposizione (Forza Italia, M5S, Sel, Lega Nord e fittiani) ha preferito abbondare, presentando 103 firme a fronte delle 65 necessarie. Il Comitato dei No, infatti, è in fermento tanto che, come preannunciato inizierà oggi 25 aprile, data scelta non a caso, la raccolta di firme popolari attraverso la creazione di banchetti sparsi in tutta Italia. La raccolta delle firme riguarda tre punti sui quali gli italiani sono chiamati a esprimersi e per i quali avranno a disposizione tre moduli diversi: il primo è il referendum confermativo sulla nuova Carta costituzionale, puntando a bocciare il disegno di legge Boschi; gli altri due l’Italicum, la nuova legge elettorale, per abrogare due punti considerati cruciali, ovvero il premio di maggioranza e le candidature bloccate in lista.

Se il fronte dell’opposizione si è mostrato tutto sommato compatto, quello della maggioranza, il cui comitato è capeggiato dal presidente dei deputati Pd, Ettore Rosato, mostra decisamente i segni di una spaccatura con la minoranza.

“Su alcune questioni ci possono essere opinioni diverse ma nel Pd c’è ormai una parte che fa opposizione su tutto, dobbiamo prenderne atto”, sentenzia il presidente del Consiglio Matteo Renzi dagli Usa dove era impegnato nei giorni scorsi per firmare l’accordo di Parigi sul clima. E ancora: “Se qualche politico, anche del mio partito, ha cambiato idea sulla riforma e il referendum ce ne faremo una ragione. Quel che deve essere certo è che non ci fermiamo, noi comunque andiamo avanti”. Le riforme, aggiunge, “riguardano il numero di politici ed è chiaro che parte dei politici non vuole cambiare perché si riducono le poltrone e il Senato non sarà più un luogo dove prendere lo stipendio”.

Polemica dal sapore politico ma quello per cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi è la riforma e non un giudizio sul governo né tantomeno sulla persona del premier. Anche se lo stesso Renzi ha affermato che in caso di bocciatura delle riforme, pilastro del suo governo, si dimetterà. Dissapori che non aiutano il partito di maggioranza proprio in questo contesto e in vista delle amministrative di giugno. A tal proposito chiosa Cuperlo: “Non posso pensare che ci sia un chiamarsi fuori da quella che è una battaglia storica del centrosinistra”.

(di Anna Piscopo)

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