Panama Papers: quando il giornalismo funziona e i potenti tremano

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Panama Papers. Quasi dodici milioni di documenti sono stati rivelati, smascherando giochi di potere e giri di incredibili somme di denaro tutte a scopo di riciclaggio o con il malcelato intento di evadere il fisco dei paesi di residenza

Quello dei Panama Papers non è solamente un leak di proporzioni storiche,rappresenta infatti anche la capacità tutt’ora viva e vegeta del giornalismo di spaventare i potenti, di far capire loro che le loro malefatte e i loro imbrogli non sempre riusciranno ad essere giocati sottotraccia, facendosi beffa delle persone che fingono di difendere, di quella democrazia che fingono di sostenere, di quell’uguaglianza per tutti che, per chi ancora non l’avesse capito, non c’è.

Ma cosa sono i Panama Papers? Come nella migliore delle storie di spionaggio appare il John Doe di turno (il modo anglosassone per mantenere l’anonimato di qualcuno), che propone già nel 2014, al giornalista tedesco Bastian Obermeyer, di ricevere dei documenti riservati riguardanti gli ultimi 40 anni di attività di una società panamense la Mossack Fonseca, rivelatasi strumento per la creazione di società in paradisi fiscali per conto di ricchi (e disonesti) personaggi provenienti da tutto il mondo.

La disonestà a cui si fa riferimento è chiaramente di tipo morale, dacché per quanto riguarda l’aspetto legislativo (Flavio Briatore docet), e non si stenta a crederlo, è – più o meno – tutto a posto.
L’indagine vede il suo inizio nel 2014 con Obermeyer e il suo collega Federik Obermeier, che attestata la veridicità della fonte decidono di intraprendere l’indagine, indagine che è stata condivisa tramite l’ICIJ (International Consortium of Investigative Journalists) in primis per motivi di protezione giacché due singoli giornalisti avrebbero di certo messo a repentaglio la loro vita, e poi grazie ad un’operazione giornalistica internazionale, condivisa tra varie testate e sotto il vincolo di segretezza sino alla decisione di rendere pubblici i dati a due anni dall’inizio dei lavori.

Quasi dodici milioni di documenti sono stati rivelati, smascherando giochi di potere e giri di incredibili somme di denaro tutte a scopo di riciclaggio o con il malcelato intento di evadere il fisco dei paesi di residenza. Le persone coinvolte non sono, ovviamente,  comuni cittadini, si parla di personalità di spicco del mondo dello spettacolo, dello sport, e di politici fino ad arrivare a principi e re.

Tra i leader mondiali coinvolti spiccano David Cameron, il cui padre aveva delle società nel dedalo panamense, i presidenti di Argentina, Ucraina, alcuni tenutari sauditi, membri del parlamento inglese e italiano e la lista è ancora molto, troppo, tristemente lunga e visitabile qui.

Quello che più sconforta però è la risposta di questi personaggi, fatta esclusione per il Primo Ministro Islandese che ha chiesto al suo vice di sostituirlo a tempo indefinito, tutti gli altri hanno fatto – abbondantemente – orecchie da mercanti (in tutti i sensi), fino a Putin che si è spinto al punto di accusare, indovinate un po’, gli U.S.A. di aver ordito una specie di complotto per qualche scopo non meglio precisato.

Ciò che resta è solo tanta amarezza per una classe dirigenziale e politica che si fa beffe delle leggi farlocche che emana, del popolo a cui chiede di pagare tasse e fare sacrifici in nome dell’austerità e poi nasconde miliardi di dollari, li sottrae al fisco, e perché no aggiungiamolo qualche volta dice anche che i referendum sono inutili, quando forse – forse – rimangono l’unica vera arma nelle mani della democrazia, non violenta.

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