Referendum: sì o no alle trivelle in mare?

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Per cosa si vota concretamente, le ragioni di chi è pro e di chi contro

Il 17 aprile 2016 gli italiani sono chiamati a votare per il referendum contro le trivellazioni. I consigli regionali di Veneto, Marche, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria, Campania, Liguria e Sardegna sono riusciti, infatti, dopo un tentativo fallito lo scorso inverno, a ottenere l’autorizzazione a convocare il referendum per l’abrogazione dell’articolo 6 comma 17 del codice dell’ambiente. Concretamente si tratta dell’articolo che consente lo sfruttamento dei giacimenti fino al loro esaurimento. Scopo del referendum è bloccare le concessioni per le trivellazioni in impianti che abbiano una distanza inferiore alle 12 miglia marine dalla costa. La vittoria del sì, quindi, non prevedrebbe la chiusura degli impianti attivi oggi, ma ne bloccherebbe il rinnovo delle concessioni. In questo scenario, il primo impianto dei 92 interessati chiuderebbe tra 2 anni, l’ultimo nel 2034, allo scadere dei 30 anni di concessione rilasciati ad Eni e a Edison. Al momento circa il 10% del gas del fabbisogno nazionale viene estratto dal mare, anche se nessuno ha calcolato quanto le piattaforme entro le 12 miglia marine contribuiscano a questa percentuale e quante siano le riserve in queste zone.

Più che di un voto volto strettamente alla tutela dell’ambiente, dagli stessi promotori il referendum è stato definito come un voto politico, per inviare un chiaro messaggio sulla necessità di abbandonare fonti di energia fossile. Le regioni hanno già ottenuto almeno una vittoria parziale, in quanto le i quesiti referendari presentati in origine erano sei, ma cinque di essi sono stati incorporati nella Legge di Stabilità.

Per i comitati che sostengono il sì, invece, si tratta di una questione ambientale: i No Triv, Green Peace e il Wwf, sostengono che i danni delle piattaforme, seppur non massivi come quelli delle piattaforme petrolifere, rischiano di distruggere la fauna marina, con l’inquinamento e le tecniche usate. Ci si preoccupa anche per i danni al turismo, nonostante le regioni maggiormente interessate dagli impianti, Emilia Romagna e Basilicata, stiano presentando addirittura dati in crescita per quanto riguarda il turismo balneare.

Per il no al referendum, invece, propende il movimento Ottimisti e Razionali, fondato da Gianfranco Borghini. Secondo i sostenitori del comitato, infatti, la produzione e lo sfruttamento del gas degli impianti avrebbe limitato il traffico delle petroliere nei porti italiani, riducendo il rischio di disastri ambientali. Ci sono preoccupazioni anche sulla perdita di posti di lavoro derivanti dalla chiusura degli impianti. Non esistono numeri precisi, ma si tratta, secondo i calcoli del comitato, di migliaia di persone. L’opposizione più forte al referendum, però, è data dalla convinzione della strumentalizzazione del referendum per richiedere investimenti nelle fonti energetiche rinnovabili e per fare pressioni sul Governo.

Da un po’ di tempo svariate voci del PD invitano all’astenersi dal voto, generando però delle criticità: molte delle regioni che hanno promosso il referendum sono governate dallo stesso partito e non ultimo, il caso dell’ex ministra Federica Guidi. In seguito a delle intercettazioni telefoniche è emerso un lampante conflitto di interessi, dato che il suo compagno Gianluca Gemelli riceverebbe guadagni dallo sblocco del progetto Tempa Rossa in Basilicata. L’ex ministra dello Sviluppo Economico si è dimessa il 31 marzo sera.

A prescindere dal voto e dal referendum bisogna ricordare che, sebbene l’Italia abbia raggiunto in anticipo gli obbiettivi fissati dall’Unione Europa sulle percentuali di dipendenza dalle fonti energetiche rinnovabili, questi obiettivi erano tra quelli meno ambiziosi rispetto agli altri Stati europei. A prescindere che vincano i sì o i no, l’investimento nelle fonte energetiche alternative è auspicabile. Come del resto sarebbe auspicabile trasparenza e il non usare il proprio potere politico per i propri interessi.

(di Francesca Parlati)

 

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