La riconquista di Palmira: l’ISIS arretra in Medio Oriente

Palmira riconquistata dalle forze di Assad dopo dieci mesi di occupazione da parte delle truppe dell’ISIS. Il califfato rivendica gli attentati di Bruxelles, ma perde posizioni in Medio Oriente

Dopo dieci mesi di devastazione e saccheggio da parte delle truppe dell’ISIS, l’antica città di Palmira è stata riconquistata dall’esercito siriano fedele al presidente Bashar al-Assad. La presa di Palmira, avvenuta nel maggio del 2015 a opera dei miliziani del califfato, aveva suscitato lo sdegno dell’intera comunità internazionale, che aveva iniziato a considerare la città siriana il simbolo della lotta fra la cultura e le barbarie di cui l’ISIS si è macchiato fin dall’inizio della sua ascesa. Finalmente, dopo un lunghissimo assedio, Palmira, la sposa del deserto, è stata liberata, ma quello che hanno trovato archeologi e giornalisti al loro arrivo è stato un cimitero di rovine, che rappresenta una pagina assai amara della guerra civile siriana.

A partire dal 1980, Palmira è stata inserita fra i patrimoni dell’umanità dall’UNESCO, che ne ha riconosciuto l’imprescindibile rilevanza storica e la straordinaria valenza artistica. Tuttavia, dopo l’occupazione delle truppe di Daesh, la città siriana non è più quel gioiello che tutto il mondo ha conosciuto. Quello che è rimasto dell’antica capitale della regina Zenobia, di quella città che osò sfidare Roma, sono delle macerie o poco più. Un vero disastro per quello che era il più importante sito archeologico della Siria e uno dei più importanti dell’intero Medio Oriente. Oggi Palmira è un cumulo di rovine e l’intera piana circostante la città è disseminata di mine che potrebbero ulteriormente danneggiare il sito e incrementare il numero delle vittime.

Nonostante le dichiarazioni rassicuranti giunte da più parti sulla possibilità di restaurare il sito di Palmira, ripristinando il suo antico splendore, le barbarie perpetrate dall’ISIS, anche nei confronti della cultura nella martoriata terra di Siria, non vanno che a sommarsi alle innumerevoli atrocità commesse dal califfato nella sua guerra contro il governo di Assad. A ulteriore riprova della ferocia di Daesh, nei pressi dell’antica città siriana è stata ritrovata una fossa comune con quarantadue corpi, molti dei quali decapitati e appartenenti anche a donne e bambini. Un orrore indicibile, che tuttavia rappresenta solo la punta dell’iceberg di una guerra civile trasformatasi in una specie conflitto totale, che vede contrapposti l’esercito siriano fedele, le truppe del califfato, altre milizie jihadiste e le forze di quelle potenze che vedono nella Siria il teatro perfetto per regolare questioni internazionali, che poco hanno a che fare con il Paese mediorientale.

E mentre la riconquista di Palmira fa ben sperare circa la possibilità di contenere Daesh in Medio Oriente, per contro il califfato rilancia la propria sfida all’occidente colpendo direttamente l’Europa con quella strategia del terrore divenuta tanto familiare dopo l’11 settembre. Secondo fonti vicine all’ISIS, gli attentati di Bruxelles del 22 marzo e quelli di Parigi del novembre del 2015, sono stati solo i primi colpi inferti dai seguaci di al-Baghdadi a quell’Europa accusata di essere connivente con il regime di Assad e di rappresentare un coacervo di tutto ciò contro cui lo stato islamico si batte fin dalla propria nascita. Da parte sua l’Europa, dopo gli attentati che hanno colpito il suo cuore politico, si è scoperta tanto fragile quanto impreparata ad affrontare in casa propria quel nemico che ha sempre combattuto e condannato fuori dai suoi confini.

Siamo dunque di fronte a una svolta, a un cambio di rotta da parte del califfato, o forse dovremmo dire a un salto verso quel passato, che in molti speravano di essersi lasciati alle spalle. Dalla creazione di uno stato islamico, saldamente radicato in Medio Oriente, roccaforte dell’islam nella sua versione più estremista, a un ritorno di fiamma per il più bieco terrorismo che miete vittime inconsapevoli di trovarsi in guerra. Nonostante questa nuova strategia del terrore intrapresa dall’ISIS nella sua lotta contro gli infedeli, restano aperte tutta una serie di questioni che sono ben lungi dall’essere risolte. Da un lato, la guerra civile siriana sembra sempre più lontana da una soluzione, che possa porre fine alle terribili violenze patite dal popolo di questo martoriato Paese. Dall’altro, si aggrava di giorno in giorno la tragedia dei profughi, che si accalcano al confine turco e premono per proseguire la loro fuga verso l’Europa. Senza contare la perduta stabilità dell’area mediorientale, che difficilmente potrà essere ricostituita in tempi brevi, a tutto vantaggio di quegli Stati pronti a banchettare con ciò che resterà della Siria per rafforzare la propria posizione in Medio Oriente.

(di Christopher Rovetti)

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