Più donne in politica non significa più parità di genere

Il dossier di Openpolis sulla presenza delle donne in vari organi politici conferma che il soffitto di cristallo è più reale di quanto pensassimo

Sempre più donne nella politica europea e italiana, ma ancora con ruoli di minore importanza. Questi i dati comunicati da Openpolis, osservatorio sulla trasparenza della politica italiana. Nel dossier “Trova l’intrusa”, diffuso nel mese di marzo, sono stati presi in considerazione 28 Paesi europei e 4 livelli istituzionali (Europa, Italia, regioni e comuni). La fotografia che ermerge da una parte può confortare, dall’altra mostra quanta strada ci sia ancora da fare per ottenere una vera parità di genere.

Nell’Unione Europea ci sono solo due premier donna, Angela Merkel in Germania e Beata Szydlo in Polonia. Si tratta di due mosche bianche, perché il trend opposto è trasversale a tutti i paesi membri, dove in ben tre Paesi non c’è alcun ministro di sesso femminile. E laddove ce ne siano, nessuna donna ricopre attualmente il ruolo di Ministro dell’economia. I ministeri affidati al gentil sesso sono quelli che storicamente vengono reputati di loro competenza, come cura, welfare, istruzione e cultura. I dati evidenziano senza ombra di dubbio che c’è un soffitto di cristallo oltre il quale non si può sconfinare.

deleghegovernieuropeiPiù paritario rispetto ai singoli parlamenti nazionali, l’Europarlamento di Strasburgo: qui le donne sono il 37%, ma analizzando i singoli Paesi si può notare come siano poche le rappresentanze nazionali con oltre un 50% di seggi rosa. L’Italia, con il 38% si posiziona poco al di sopra della media europea, ma andando ad analizzare la situazione interna del Paese, sembra essere l’unico dato positivo.

Se l’insediamento del governo Renzi aveva fatto ben sperare, con un governo equamente diviso tra i due sessi, la realtà è stata ben diversa. Con le nomine di viceministri e segretari, la famosa composizione rosa al 50% è scesa a un misero 26%, ulteriormente calato con il rimpasto di governo di gennaio 2016. Un messaggio doppiamente negativo: che le donne al governo ci siano, ma che lo staff sia maschile, perché non sta bene per le signore non essere accompagnate.

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In Camera e Senato, al 2013 la rappresentanza femminile era rispettivamente del 31% e 29%. Peccato che nessuna donna sia alla guida di un gruppo parlamentare, che 18 tesorieri su 18 siano uomini, e che solo due donne su 14 presidino una commissione permanente.

A livello locale la situazione non migliora: 2 donne presidenti di regione e per quanto riguarda le giunte, si rimane ancorati al 35%. Anche in questi casi si tratta di una media, perché si va dalla composizione del governo della regine Campania, con il 75% di presenza femminili, fino al Molise, maglia nera con la totalità maschile. A livello comunale, si riscontrano gli stessi dati: 86% dei sindaci uomini, nessuna donna sindaco in nessuno dei maggiori centri italiani. In questo caso, però, è doveroso far notare che più grande il comune, maggiore il numero degli assessori donne. Una magra consolazione.

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Cosa riflettono questi dati? Un contentino. Sembra quasi che a livello europeo e locale, in maniera trasversale, le donne si siano conquistate il diritto di entrare in politica, ma non di essere al centro della scena, sempre un po’ discoste a occuparsi di ciò che compete loro: la cura degli altri, l’istruzione. Quando si tratta di “giocare sul serio”, la politica è ancora un club maschile. La soluzione non è nelle quote rosa, nell’obbligare l’inserimento delle donne in queste posizioni solo perché portatrici del doppio cromosoma X. La soluzione è nell’educazione, nell’inculcare nelle prossime generazioni che non esistono compiti femminili e compiti maschili, ma solo la competenza. Purtroppo fino ad allora, se per gli uomini il limite è il cielo, per le donne il limite sarà sempre qualche spanna sotto.

(di Francesca Parlati)

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