Amarcord: Dario Hübner, una vita per il gol

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di Marco Milan

“Attaccante di categoria”. Si sente spesso questo appellativo nel mondo del calcio e lo si usa per definire centravanti in grado di far gol solamente in una determinata serie, senza mai mettersi in evidenza più in alto. Si diceva così anche di Dario Hübner, punta triestina di origini tedesche che invece nel corso di una carriera lunga e prolifica si è staccato definitivamente tale etichetta di dosso diventando l’unico calciatore assieme ad Igor Protti a vincere la classifica dei marcatori in serie A, in serie B e in serie C, l’unico in assoluto a farlo con tre maglie diverse.

Dario Hübner nasce a Trieste il 28 aprile del 1967 da mamma e papà italiani e nonno paterno tedesco trasferito in Friuli Venezia Giulia. Hübner inizia fin da bambino a giocare a calcio, di ruolo fa l’attaccante e dimostra quasi subito un innato istinto per il gol; è un centravanti forte fisicamente ma non una prima punta, anzi, la sua dote migliore è la velocità in progressione che ne fanno un calciatore adattissimo in fase di contropiede. Caratteristica che cotraddistinguerà Dario Hübner per l’intera carriera è il fumo: l’attaccante triestino, infatti, è solito farsi fuori una decina di sigarette al giorno, allenamenti o partita, per lui non fa differenza e un pacchetto va via comunque. La stagione d’esordio fra i professionisti per Hübner è quella 1988-89 quando passa dal Pievigina, formazione trevigiana di serie D in cui il centravanti realizza 10 reti in 25 partite, al Pergocrema in C2: il primo anno in terza serie è positivo, anche perchè la squadra lombarda non è particolarmente competitiva, Hübner segna 6 gol e nell’ottobre del 1989, a campionato già iniziato, passa al Fano che è sempre in C2 (girone B) ma punta al salto di categoria. E’ la svolta per la punta giuliana che nelle Marche, sotto la guida dell’emergente allenatore Guidolin, trascorre tre anni che lo formano tatticamente e caratterialmente: promozione nel primo campionato con 8 reti, consolidamento in C1 il secondo con 4 reti e tanti assist, esplosione il terzo con 14 centri che gli valgono il primo titolo di capocannoniere della carriera e il salto in serie B con il Cesena che lo acquista per puntare alla promozione dopo tre anni. Hübner sbarca in Romagna con discrete aspettative e il soprannome di bisonte che gli hanno affibbiato a Fano per il suo incedere con la testa bassa e la progressione lunga e potente; la prima stagione a Cesena è positiva per Hübner che segna 10 reti, meno per i bianconeri che falliscono miseramente l’obiettivo promozione; meglio va l’anno successivo, il 93-94, quando il bisonte realizza 13 reti ma il Cesena perde lo spareggio di Cremona contro il Padova e resta in serie B. Allo stadio Zini il Cesena va in vantaggio proprio con Hübner ma subisce la rimonta e poi il sorpasso dei veneti con Cuicchi e Coppola che portano i padovani in serie A e lasciano i cesenati in B con tanta delusione. Molti club si avvicinano al Cesena in estate per strappare ai romagnoli il loro attaccante migliore, ma la società resiste e punta ancora alla promozione per la stagione 1994-95: ancora una volta il Cesena non centra il traguardo ma Hübner fa pienamente il suo lavoro realizzando 15 reti; meglio ancora fa nel campionato successivo quando vince la classifica dei marcatori mettendo a segno 22 gol che non bastano però neanche stavolta a riportare il Cesena in serie A. Hübner è ormai ufficialmente uno dei migliori attaccanti della serie B e il Cesena resiste ancora alle lusinghe di società cadette e anche qualcuna di serie A che vorrebbe far fare alla punta di Trieste l’ultimo vero salto che però lo stesso Hübner desidera fare col Cesena, anche perchè è un ragazzo schivo e con un carattere particolare: ogni anno va in vacanza (anzi, in pellegrinaggio) a Londra a visitare la casa (pardon, la reggia) del suo idolo musicale Freddie Mercury, scomparso nel novembre del 1991; in più, non vorrebbe allontanarsi più di tanto dal nord Italia per potersene tornare a casa, a Crema, dalla sua famiglia ogni domenica sera. La stagione 1996-97 è tormentatissima per il Cesena che incappa in un campionato sfortunato nonostante un organico da promozione e lentamente ma inesorabilmente cade in serie C: a nulla servono 15 gol di Dario Hübner che nel giugno del 1997 non può far altro che salutare nel peggiore dei modi la piazza cesenate che tanto ama e che tanto si è affezionata a lui. Lo aspetta il Brescia, neopromosso in serie A, con cui Hübner debutta in massima serie a San Siro contro l’Inter il 31 agosto del 1997 a trent’anni; l’inizio di campionato è folgorante per l’esordiente in A: gol alla prima giornata (e poco importa se il Brescia esce sconfitto da Milano), tripletta al secondo turno nel 3-3 contro la Sampdoria. Niente da fare, Hübner i gol li sa fare ovunque, altro che attaccante di categoria. Il Brescia rischia la retrocessione per tutto l’anno, Hübner segna a raffica ma non basta per evitare il ritorno dei lombardi in serie B: i biancoazzurri scendono di categoria nonostante i 16 gol del loro numero 11 che, come accaduto a Cesena, fa poco caso alle richieste che piovono sulla testa del presidente Corioni e decide di rimanere a Brescia anche in B. Del resto i bresciani puntano al ritorno immediato in serie A, ma ci mettono due anni per riuscire nell’impresa: nella prima stagione, il 98-99, Hübner segna 21 reti ma il Brescia resta in B; nella seconda, invece, il centravanti si ripete segnando lo stesso numero di reti che stavolta consentono alle rondinelle di festeggiare la promozione. Il campionato di serie A 2000-2001 vede ai nastri di partenza anche il Brescia, rinforzato dagli arrivi di Andrea Pirlo e soprattutto di Roberto Baggio che sceglie la piazza lombarda per rilanciarsi dopo due anni sfortunati all’Inter; un Brescia fortissimo, forse il più forte di sempre con Carlo Mazzone in panchina ed un attacco formato da Baggio e Hübner, il primo a rifornire con la sua classe le doti realizzative del secondo. Già in settembre il Brescia fa la voce grossa ed elimina dalla Coppa Italia la Juventus vincendo 2-1 a Torino grazie alla doppietta di Hübner innescato, manco a dirlo, da Roberto Baggio. Il Brescia anche in campionato fa valere le sue qualità e si salva con autorità e coi 17 gol di Dario Hübner, uno in più della sua precedente esperienza in serie A; a Brescia è festa grande, una salvezza in massima serie non la vedevano da troppo tempo e una grossa fetta del merito va a quel centravanti solitario, poco incline alla vita mondana e che alla fine delle partite ricarica le energie con una bella sigaretta e la musica dei Queen nelle orecchie. L’estate del 2001, però, lo porta via da Brescia perchè il Piacenza, neopromosso in A, non bada a spese e propone a Corioni una cifra irrinunciabile per un calciatore di 34 anni, avviato sul finire della carriera. Eppure quel calciatore ne ha ancora di cartucce di sparare, ben 24 per la precisione: tanti sono infatti i gol che Hübner mette a segno nella sua prima stagione piacentina, abbastanza per salvare la squadra emiliana, abbastanza per vincere (alla pari con lo juventino Trezeguet) la classifica cannonieri, la terza della sua carriera, la prima in serie A, primo (e finora unico) giocatore a vincerla in tre serie differenti e con tre maglie differenti, stabilendo anche il primato di calciatore più anziano di sempre a laurearsi capocannoniere in serie A con quei 35 anni battuti solamente nel 2015 dai 38 di Luca Toni. Nella stagione successiva Hübner resta a Piacenza ma il miracolo non si ripete: la squadra è debole, il bisonte fa quello che può, segna comunque 14 reti in campionato (10 in meno del precedente) che non bastano ai biancorossi per salvarsi: il Piacenza retrocede e vende Hübner, ormai trentaseienne, al neopromosso Ancona, formazione le cui ambizioni avanzano troppo in fretta rispetto all’organico messo a disposizione dell’allenatore Menichini. La squadra marchigiana, infatti, fa i conte senza l’oste, ovvero senza le insidie di un campionato di enorme difficoltà come quello di serie A, palesando disorganizzazione societaria e un gruppo di calciatori che fanno tutto per conto loro senza formare nello spogliatoio l’unità necessaria per lottare: Hübner non si ritrova, i compagni non lo servono a dovere e lui a 36 anni non ce la fa più a correre come un tempo. L’avventura ad Ancona è pessima per il centravanti triestino che colleziona 9 presenze e nessun gol, e a gennaio passa al Perugia, altra compagine coinvolta nella bagarre per non retrocedere, ma le cose migliorano appena un po’ per Hübner che chiude la stagione in Umbria con  3 gol in 13 apparizioni e la retrocessione dei perugini in serie B. Stavolta il primato è negativo: due squadre nella stessa stagione e due retrocessioni per Dario Hübner che capisce di aver dato ormai il massimo della sua carriera ad alti livelli e si trasferisce al Mantova in serie C dove spara gli ultimi botti della sua vita calcistica: 7 reti in 23 partite che contribuiscono al ritorno dei lombardi in serie B, poi il lungo peregrinare nei dilettanti per un bomber che non ne vuole sapere di smettere, non ne vuole sapere di chiudere col calcio e coi palloni scaraventati nelle reti avversarie: avventure talvolta brevi, come a Chieri (nel bresciano) in serie D dove realizza 9 reti in 7 partite e poi lascia per andare al Rodengo Saiano, sempre in D, dove mette a segno altri 9 centri che in una sola stagione lo portano a quota 18, tanti per uno di 37 anni.

Dario Hübner chiude la carriera nel 2011 dopo 2 reti in 6 presenze in Promozione con la maglia del Cavenago, subito dopo qualche altra avventura ricca di gol in Eccellenza con la maglia dell’Orsa Corte Franca (58 in tre stagioni a oltre quarant’anni). Il gol non ha mai avuto età per Hübner, nè età e nè blasone. Poco importa che non abbia mai vestito la maglia della nazionale, poco importa che non abbia mai avuto un’opportunità in una società di grande livello, poco importa perchè Dario Hübner la sua carriera l’ha avuta ricca di soddisfazioni con 348 reti segnate fra il 1987 e il 2011, tre classifiche dei marcatori vinte e la consapevolezza di essersi imposto in ogni campionato e in ogni categoria, sfatando (almeno nel suo caso) il tabù dell’attaccante di categoria, perchè il bisonte di Trieste i gol li sapeva fare sempre, comunque e dovunque, segnandoli, è proprio il caso di dirlo, pure con la sigaretta in bocca.

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