Amarcord: Astutillo Malgioglio, l’uomo fortunato che aiutava gli sfortunati

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di Marco Milan

Calciatori e solidarietà: un binomio vincente che ha regalato gioia e sostentamento ai meno abbienti e molta umanità al dorato e spesso arido mondo del pallone. La storia di Astutillo Malgioglio, però, va oltre la solidarietà, va oltre la bontà e l’umanità, anche se sconfina pure nella maleducazione e nell’ignoranza di chi non sa dove sia di casa la compassione.

Astutillo Malgioglio nasce a Piacenza il 3 maggio del 1958 e di ruolo fa il portiere. E’ bravo fra i pali ed è anche un ragazzo umile e senza grilli per la testa, si allena con costanza e non è il tipo da bravate; prestante fisicamente, capelli lunghi e baffi, Malgioglio inizia a giocare nelle giovanili della Cremonese e del Bologna, e proprio con gli emiliani debutta in serie A il 22 maggio del 1977 nella gara contro la Roma subentrando al portiere titolare Mancini. Proprio in quell’anno ha l’incontro che gli cambia la vita: la sera di Natale viene invitato da amici in un centro per ragazzi distrofici e rimane così colpito ed impressionato che, a soli diciannove anni ancora da compiere, decide che una parte del suo stipendio di calciatore verrà d’ora in poi spesa per aiuti ai ragazzi disabili, fondando l’associazione Era 77, dedicata al recupero motorio dei ragazzi distrofici. E’ un personaggio in contrapposizione col mondo da star del calcio, Malgioglio è schivo, riservato, educato e socialmente impegnato; il calcio lo guarda con diffidenza, come se fosse una sorta di bestia non ammaestrata, ma lui non se ne cura, lui si allena, gioca e poi corre dai suoi ragazzi. Nel frattempo si afferma a buoni livelli in serie A dove gioca da titolare a Brescia, città in cui rimane per cinque stagioni e dove conosce Raffaella, la ragazza che diventerà sua moglie e con cui rimarrà per sempre; dopo l’esperienza in Lombardia, Malgioglio passa una stagione a Pistoia in serie B, quindi la grande occasione di giocare nella Roma neocampione d’Italia: è l’estate del 1983 e la società giallorossa lo chiama a fare da secondo al titolare Franco Tancredi. Malgioglio è entusiasta, vive con il gruppo la splendida cavalcata romanista in Coppa dei Campioni che si interromperà solo nell’ultimo atto all’Olimpico contro il Liverpool, anche se il desiderio di giocare è grande ed il ruolo di vice inizia a stargli stretto, tanto che dopo due anni ed una sola presenza in campionato, chiede di essere ceduto e la Roma lo accontenta. Lo ingaggia la Lazio che è la grande rivale cittadina dei giallorossi in una città passionale ma poco matura, incapace di cogliere la differenza fra tifo e professionismo, poco avvezza ad accettare i cambi di maglia fra giallorossi e biancocelesti, come dimostrato da altri trasferimenti al vetriolo quali quelli di Manfredonia prima e Di Mauro poi. Malgioglio viene accolto malissimo dalla tifoseria laziale, con la squadra in serie B e la società perennemente contestata; il portiere piacentino diventa così il bersaglio preferito di alcuni sostenitori biancocelesti che passano dagli insulti (“Sporco romanista, sei il primo della lista”) agli atti di vandalismo con macchina presa a sassate e bastonate nel parcheggio di Tor di Quinto, il centro di allenamento della Lazio. Malgioglio incassa e ingoia, triste ma rassegnato, con il cervello ragionevole rispetto a quello di chi gli ha fatto a pezzi l’automobile; a lui interessa giocare a pallone ed occuparsi della sua nobile associazione. Prova a parlare con la dirigenza della Lazio che però non va al di là di qualche scusa di circostanza, senza avere il coraggio di schierarsi contro quella parte di tifoseria che sta andando ben oltre il lecito. Il portiere capisce di essere il capro espiatorio di una frustrazione che va avanti da anni perchè la Lazio è in serie B e la Roma lotta per il vertice in A, perchè la presidenza laziale è in disarmo e in confusione, così un ex romanista diventa il bersaglio perfetto con cui sfogarsi. Il 9 marzo del 1986 l’episodio che fa esplodere anche un mite come Malgioglio: la Lazio, in crisi di risultati e risucchiata in zona retrocessione, perde in casa 4-3 contro il Vicenza e un paio di gol sono responsabilità del portiere stesso, indeciso contro il vicentino Rondon che lo infila facilmente. La contestazione verso l’estremo difensore laziale diventa una sassaiola di parolacce e volgarità contro la moglie Raffaella, contro la figlia e infine contro di lui, accusato di dedicarsi solamente ai disabili senza pensare alla squadra. Non è la prima volta, inoltre, in cui i tifosi prendono di mira Malgioglio per la sua attività extracalcistica: già nei mesi precedenti, infatti, era stato fermato ad un semaforo da un gruppo di sostenitori che lo avevano aggredito urlando: “Stai sempre in mezzo ai mongoloidi, quando ce pensi ar pallone, alla Lazio?”. Il portiere non aveva replicato, ma dopo Lazio-Vicenza, dopo gli insulti ai familiari, il rimorso per la partita persa anche per colpa sua e soprattutto dopo un vile ed orribile striscione apparso in curva e a lui rivolto (Torna dai tuoi mostri), scatena tutta la sua rabbia repressa con un gesto che passerà alla storia: si toglie la maglia, ci sputa sopra e poi la lancia con sdegno verso la curva nord. Il giorno dopo rescinde il contratto con la Lazio e comunica la decisione di lasciare il calcio, devastato dal comportamento del pubblico (pubblico?) e in generale di un ambiente che non la ha mai sostenuto, appoggiato e difeso. I mesi successivi sono forse anche peggiori per Malgioglio, ignorato dai colleghi (ex colleghi) del pallone, accusato dalla Lazio di aver insozzato la bandiera, di aver offeso la maglia e l’onore della società romana con un gesto maleducato e rozzo che ha leso i valori del club e gettato nel ridicolo i tifosi, sbeffeggiati dai dirimpettai romanisti che un po’ sadicamente eleggono il loro ex portiere ad idolo assoluto; la Lazio chiede addirittura la sua radiazione, ovviamente non accolta dalla Federcalcio, cavalcando la scia di polemiche per riappacificarsi con una tifoseria in netto contrasto con la società. A nessuno viene in mente che forse anche l’onore di Malgioglio è stato intaccato con offese pesanti nei confronti della famiglia e di quell’associazione a cui lui tiene e che va incontro ai meno fortunati, ai meno baciati dalla buona sorte, a chi con un aiuto può aver salva la vita. Solamente Giovanni Trapattoni si ricorda di Astutillo Malgioglio, lo chiama al telefono per confortarlo e gli fa una proposta: “Vieni all’Inter, puoi fare il secondo a Walter Zenga”. L’affetto di Trapattoni, tecnico dei nerazzurri, e la passione per il calcio convincono Astutillo a ripensarci ed il portiere emiliano accetta l’offerta interista rimanendo a Milano per cinque anni in cui vincerà uno scudetto ed una Coppa Uefa, dimostrandosi un professionista serio ed apprezzabile, oltre che un uomo leale. Il 4 marzo 1990 il destino gioca un nuovo scherzo a Malgioglio: allo stadio Flaminio si gioca Lazio-Inter, Zenga è infortunato e così tocca a lui giocare. Capirai, in casa della Lazio contro quegli stessi tifosi con cui la guerra non è mai finita; il presidente interista Ernesto Pellegrini ordina ed impone a Malgioglio di portare un mazzo di fiori sotto la curva nord prima della partita, ma il portiere inizialmente non vuole, pensa che sia un gesto forzato ed inutile, poi accetta. Quando si dirige verso il settore dello stadio portando i fiori, dalla curva inizia a venir giù di tutto, dai semplici fischi agli insulti, passando per bottigliette ed accendini; nessuno ha dimenticato, nessuno ha capito, tutti sono uniti nel dare addosso al traditore, a colui che ha oltraggiato la maglia biancoceleste. Malgioglio va fino in fondo, deposita i fiori nonostante il contesto ostile, si becca anche una pila in faccia e se ne torna negli spogliatoi con un rivolo di sangue in faccia e la solita tristezza nel cuore. Negli anni all’Inter, però, Astutillo Malgioglio scopre una società che non disprezza il suo impegno con i disabili, anzi, ne promuove l’iniziativa mostrando umanità e buon senso, riscattando un ambiente che lo aveva sempre emarginato e scansato.

L’associazione Era77 esiste ancora, Malgioglio ha dovuto mollare nel 2001 per problemi di salute e mancate risorse economiche a cui attingere, poi ha ripreso con più vigore. Fin quando ha potuto ha raggiunto i ragazzi a casa aiutandoli come poteva, regalando anche i macchinari utili alla riabilitazione, poi ha abdicato per dedicarsi a curare la sua malattia, un male di cui non ha mai voluto parlare, confermando riservatezza e nessuna voglia di apparire, per poi tornare a raccogliere fondi per la sua attività assieme alla moglie Raffaella e alla figlia Elena dalle quali deriva anche l’acronimo del nome dell’associazione. Oggi Malgioglio vive nella natia Piacenza, circondato dai cari, orgoglioso di una vita onesta e generosa, fiero di una carriera dignitosa, macchiata non da un suo gesto (comunque deprecabile) ma dalla cattiveria di tanta gente che invece da Astutillo Malgioglio avrebbe tanto da imparare.

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