No al calcio moderno: quanta nostalgia romantica per un calcio che non c’è più

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calcio aNato “ufficialmente” nel 1841 ad una riunione del Trinity College (ma praticato, nelle sue versioni primordiali, già prima della nascita di Cristo), il football vede sostanzialmente alla base del suo successo pochi elementi: la semplicità delle sue regole, la sufficienza di un pallone ed un abbozzo di porte per praticarlo e l’elemento “gioco di squadra” che lo rende grande strumento di aggregazione sociale.

Da quel lontano 1841 il football professionistico di strada ne ha percorsa parecchia; l’avvento di sponsor, pay-tv e petrol-dollari ha infatti trasformato il gioco più bello del mondo in una vera e propria gallina dalle uova d’oro capace di spostare montagne di denaro dal numero di zeri imprecisato.

Il calcio ha raggiunto oggi una diffusione pressocchè planetaria, permettendoci di assistere ad incontri di calcio 7 giorni alla settimana negli orari e nelle competizioni più improbabili. L’evoluzione registrata negli anni più recenti ha ovviamente riguardato anche gli aspetti organizzativi e tecnici; sotto il primo punto di vista si assiste sempre più di frequente nei principali campionati europei a giornate di campionato “spezzettate” anche su 4 giorni per compiacere quelle pay-tv che dal canto loro foraggiano il movimento garantendogli cascate di denari. Sotto l’aspetto tecnico i calciatori di oggi sono atleti dotati di una fisicità straordinaria, pur se  talvolta a discapito delle capacità tecniche, e assumono sempre più i  connotati di piccole super star impomatate immancabilmente  attivissime sui vari social network.

Ma all’evoluzione ora tracciata per sommi capi è seguito effettivamente un maggior apprezzamento da parte dei tifosi (o meglio, dei clienti)?

Limitandoci al Belpaese, la risposta per chi ha vissuto le decadi precedenti non sempre è affermativa. Se i social network, come spesso succede, sono il più diretto termometro delle sensazioni della gente, una risposta piuttosto netta alla domanda di cui sopra giunge da una pagina di Facebook capace di recente di far registrare un vero boom: parliamo di “Serie A – Operazione Nostalgia”, un nome che di spazio all’immaginazione ne lascia ben poco arrivato a contare oltre 170 mila iscritti.

Punto di forza della pagina è il continuo richiamo  al periodo che dalla fine degli anni ’90 abbraccia gli albori del nuovo millennio facendo scendere la proverbiale lacrimuccia a chi di quel periodo ha anche solo uno sbiadito ricordo; la pubblicazione di vecchie figurine Panini, frammenti video di partite passate, sondaggi per i fan e le dediche di vecchie giocatori (da Ciccio Cozza a Thuram passando per Francesco Toldo) non possono che mandare in estasi chi oggi deve fare i conti con un calcio sempre meno passionale.

Ma, nel concreto, da dove nasce questa nostalgia?

Il primo elemento è sicuramente il più scontato: lo scadimento tecnico della Serie A. Duole constatarlo, ma come certificato anche dal ranking UEFA il Campionato Italiano non è più da anni il primo in Europa. Tra la fine degli anni ’80 e i 90’ la serie A ha visto sbarcare in Italia Maradona e Ronaldo, Zidane e Van Basten, senza dimenticare Roby Baggio, Del Piero e Totti. Il gap economico, tecnico ed organizzativo accusato nei confronti di Inghilterra, Spagna e Germania ha reso l’Italia poco attraente agli occhi dei grandi calciatori, e non più che un punto di passaggio per i giovani talenti; a questo si unisce la crisi dei vivai, che rende a dir poco impietoso il confronto tecnico tra la Nazionale di Conte e quella di fine secondo Millennio.

Come in altri paesi si è poi registrata negli anni un’evoluzione del modo di giocare a calcio e della fisionomia dei calciatori; è sparita la figura del centravanti alla Christian Vieri (tornata in auge solamente in questa stagione), mentre la dissolvenza del 4-4-2 ha fatto svanire anche le cosiddette ali classiche, sostituite oggi in alcuni casi da onesti terzini avanzati sulla mediana. I calciatori moderni, diversamente di quanto accadeva fino a una decade fa, prediligono l’esplovità fisica alla capacità tecnica, e in alcuni casi fanno parlare di loro più fuori dal campo che sul rettangolo verde grazie a tagli di capelli discutibili e tweet al veleno; spesso pilotati da procuratori in bramosa attesa dell’ennesima commissione, difficilmente trascorrono più di qualche anno con la stessa maglia addosso, rendendo difatto impossibile individuare quelli che una volta erano i giocatori simbolo.

Il fascino della “vecchia Serie A” era dettata in primis dal fatto che aldifuori dei grandi club non mancavano giocatori (più o meno affermati) che grandi si facevano trascinando le piccole: Dario Hubner, capace di vincere la classifica cannonieri ex-aequo con Trezeguet nel 2002 grazie ai 24 gol messi a segno con la maglia del Piacenza è l’esempio per antonomasia, ma basta pensare a giocatori come Lamberto Zauli (lo “Zidane del Triveneto”) o a Roby Baggio, che accasatosi al Brescia nel 2000 per chiudere la carriera trascinò le Rondinelle di Carletto Mazzone per 4 stagioni togliendosi lo sfizio di sfondare il tetto dei 200 gol in Serie A. A questo si aggiunge, nel momento di massimo splendore del calcio nostrano, la presenza delle “7 sorelle”: Juventus, Milan, Inter, Roma, Lazio, Parma e Fiorentina avevano a cavallo due secoli squadre zeppe di grandi calciatori, allenatori e presidenti che hanno dato lustro al nostro calcio anche oltreconfine. 7 sorelle apparte, non era uno scherzo all’epoca andare a giocare in campi come Bologna, Torino, Udine, Genova, Bergamo e via discorrendo, trasferte insidiose in piazze ostiche accompagnate da un pubblico infuocato; fatta eccezione per l’illogico campionato in corso, negli ultimi anni si è assistito invece a campionati dai verdetti scritti con largo anticipo, stadi mezzi-vuoti e incapaci di proporre favole meravigliose come quella del ChievoVerona capace di portare un quartiere in Serie A, del Palermo in Europa al ritorno nella massima serie, del terzo posto dell’Udinese di fine anni 90 o della salvezza della Reggina di Mazzarri partita con 15 punti di penalità.

Difficile innamorarsi di un calcio nel quale i giocatori cambiano maglia con la stessa frequenza della biancheria intima, che per giunta ci regala uno scandalo dietro l’altro; se in questo contesto, gli idoli che hanno accompagnato il periodo più bello del nostro campionato cominciano ad appendere gli scarpini al chiodo, il quadro è completo. E’ di pochi giorni fa l’annuncio dell’addio al calcio giocato di Raul Gonzalez Blanco, uno dei talenti più cristallini degli ultimi 20 anni, e di Walter Samuel, tra gli stopper più forti al mondo fino a un decennio fa. Ultimi nomi di una lista di giocatori che non accompagna più le nostre gioie e dolori domenicali (non è ovviamente il caso di Raul), oltre a farci sentire più vecchi l’addio di questa generazione di “supereroi” ci fa guardare con ancora meno affetto ai fenomeni dei giorni d’oggi.

Il calcio però resta (purtroppo?) una fede, una malattia che porta comunque a guardare oltre, a dannarsi l’anima ugualmente tutte le domeniche nonostante il decadimento del nostro football, a sostenere la propria squadra nonostante un contesto sempre meno sentimentale. Ma, se interrogherete le generazioni meno giovani di appassionati, vi diranno comunque che per loro Manchester continua ad essere lo United o che Ronaldo continua ad essere quello vero, il Fenomeno. E, ovviamente, il fantastico FIFA15 non potrà mai reggere il confronto con FIFA98.

Michael Anthony D’Costa

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