Il Giappone dice addio alla Costituzione di Pace, torna la geopolitica

abeIl 1 luglio scorso, un Comitato speciale della Camera bassa giapponese (Camera dei rappresentanti) ha approvato due disegni di legge sulla sicurezza che ampliano il ruolo delle forze armate del Paese autorizzandole a combattere all’estero, a impegnarsi in missioni di pace internazionali e a intervenire per auto-difesa. È un atto ancora non definitivo ma certamente significativo. I provvedimenti dovranno ricevere il via libera anche dalla Camera alta (Camera dei consiglieri), dove la maggioranza del premier Shinzo Abe è meno forte. Infine il testo, se approvato a maggioranza dei 2/3 da entrambe le Camere, dovrà essere sottoposto a referendum popolare obbligatorio.

Le due proposte di legge segnano l’avvio di quello che se realizzato, potrebbe essere un cambiamento “storico” della politica estera, di difesa e sicurezza del Giappone e segna il ritorno della geopolitica nelle relazioni internazionali. Tra le potenze del mondo “occidentalizzato”, il Giappone è un caso sui generis in quanto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e con la nuova Costituzione (1946), il Paese ha praticato una politica pacifista nell’ambito delle relazioni tra gli Stati.

Nel 1945 il Giappone era un Paese nemico e occupato dalle Potenze alleate. Sette anni dopo (nel 1952) diventa il principale “baluardo” degli Stati Uniti nel Pacifico (anche per il concretizzarsi della vittoria comunista in Cina nel 1949). Il Comandante supremo delle forze alleate del Pacifico, generale Douglas MacArthur, dettò le direttive che portarono alla stipula della Costituzione nipponica la quale, all’articolo 9 contiene la rinuncia “per sempre” alla guerra e al diritto di belligeranza. Dopo il Trattato di pace con Tokyo nel 1952, nel 1960 gli Stati Uniti e il Giappone stipulano un Trattato di sicurezza e cooperazione (AMPO), un pilastro importante per la pace e la stabilità dell’Asia orientale. L’accordo ha legittimato l’ingerenza statunitense nelle questioni interne nipponiche, riconoscendo che qualsiasi attacco contro il Giappone o contro gli Stati Uniti (all’interno dei confini giapponesi) costituisce una minaccia alla sicurezza dei due Paesi e prevede quindi, la presenza di basi militari americane in Giappone per permettere la reazione in caso di minaccia o uso della forza da parte di terzi. Infine, il Trattato ha ricostituito le forze armate giapponesi, le “Forze di Autodifesa” (FAD) le quali, nel rispetto dell’articolo 9, sono composte da soli civili e non da militari propriamente detti. Ed ecco perché il voto del 1 luglio è importante. Con la modifica del comma 2 dell’articolo 9, le forze armate giapponesi potranno legittimamente compiere azioni militari anche senza la presenza di una minaccia diretta contro il proprio territorio e agire militarmente in difesa di alleati sotto attacco.

Tuttavia, le critiche ad Abe sono trasversali. Sul piano interno, è contrario non solo il Partito Democratico del Giappone (PDG), all’opposizione, ma anche alcuni alleati politici del partito di Abe (il liberal-democratico PLD), come il Nuovo Partito Komeito (sostenuto dalla Soka Gakkai, un gruppo buddista-pacifista molto potente) e la maggioranza dei giapponesi (quasi il 60%). Le tesi sono diverse: dal tradimento della natura pacifista e pacifica del Giappone e del suo popolo all’accusa di incostituzionalità. La volontà di Abe era chiara già da qualche anno ma ha subito un’accelerazione dopo lo shock emotivo provocato dalle esecuzioni da parte dell’Isis lo scorso gennaio, del contractor Yukawa e del reporter Goto. Abe e il suo governo sono convinti che l’attuale Costituzione sia un ostacolo alla sicurezza del Paese, che non può difendersi da altre tipologie di minacce, come la crescente militarizzazione (anche nucleare) della Corea del Nord e l’aumento della spesa militare cinese. Inutile nascondere le implicazioni geopolitiche della svolta nazionalistica di Abe che permetterebbe a Tokyo di affrontare controversie territoriali in sospeso con i vicini regionali. In tal senso, Abe ha chiarito le priorità del suo governo. In primo luogo, mantenere ed esercitare la sovranità sulle proprie isole periferiche (isole Senkaku/Diaoyu, rocce di Liancourt o isole Takeshima) e sui mari circostanti (il riferimento è al Mar Cinese Meridionale dove la Cina ha creato nel 2013, una Zona di Identificazione per la Difesa Aerea, contrastata da Tokyo che punta invece a uno spazio marittimo “open and stable”, che garantisca la sicurezza dei commerci e la difesa del territorio). In secondo luogo, agire con maggiore libertà d’azione, rispetto alle direttive di Washington, nei confronti di Corea del Nord e Taiwan. Quindi, incrementare la cooperazione militare e strategica fra i Paesi del Sud-est asiatico in ambito ASEAN (Associazione delle Nazioni dell’Asia Sud-orientale). Infine, salvaguardare la sicurezza delle rotte marittime nel Pacifico coinvolgendo India, Australia e le Hawaii (è il progetto di Abe chiamato Security Diamond). Il governo nipponico vuole che il Giappone passi a un ruolo geo-politico meno “subordinato” e più pro-attivo, sperando che ciò giovi alle relazioni commerciali, non mini il rapporto privilegiato con gli Usa, favorisca una distensione nei rapporti con la Cina e non metta in discussione la centralità dell’ONU, alla quale anche il Giappone riconosce la responsabilità principale per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.

Ora la proposta di legge dovrà superare l’esame della Camera alta (il voto è previsto per settembre). Inoltre, c’è sempre l’incognita del referendum popolare oltre la possibilità di un giudizio di incostituzionalità da parte della Corte Suprema giapponese.

(di Alessandra Esposito)

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