Tris di Djokovic a Wimbledon, Federer ci prova ma il serbo e d’acciaio

Djokovic campione Wimbledon
Djokovic campione Wimbledon

Era la finale più attesa, quella voluta da tanti, per buona pace dello scozzese Murray, non è stata però la finale più bella. Tra Roger Federer e Novak Djokovic l’ago de tifo era spostato, come spesso capita, a favore dello svizzero, con Djokovic che a tratti si è trovato quindi a dover “rispondere” con grinta e rabbia anche a qualche tifoso troppo esplicitamente dalla parte di Re Roger. Sì, perché dopo la semifinale perfetta la possibilità di vedere Federer portare a compimento quel processo di ringiovanimento iniziato la stagione scorsa, vincendo l’ottavo titolo a Wimbledon, era concreta. Probabilmente contro tutti gli attuali avversari anche il Roger di ieri, non lo stesso della semifinale perfetta con Murray, avrebbe portato a casa con la tecnica e con la personaluità una vittoria storica. Poco si può invece quando dall’altra parte c’è questo Novak Djokovic, capace di perdere ogni tanto (come al Roland Garros) ma che quando la partita conta difficilmente regala qualcosa.

E così è stato anche nell’edizione 2015 di Wimbledon, per due settimane abbiamo assistito non al miglior Djokovic, che per poco non va fuori con il sudafricano Anderson, ma che in finale si trasforma in un muro, tanto solido e indistruttibile, quanto di gomma ed elastico per andare a prendere palle impensabili. Ecco, descrivere Djokovic come un muro in grado di rimandare tutto quello che passa dalle sue parti è il modo più semplice, e sicuramente anche il più facile. C’è una sostanziale differenza tra Djokovic e un muro: il più delle volte la stessa torna sempre indietro più vicina alla riga di fondo, sempre in grado di mettere in difficoltà l’avversario. Se poi l’avversario è Federer, che se potesse giocherebbe sempre con il dritto d’attacco in canna, ecco che mandare fuori giri l’avversario diventa la naturale conseguenza della sua azione.

La finale è scivolata via così, con i primi due set vinti al tie break da chi in realtà meritava di perderli. Federer avanti di un break nel primo si è fatto subito controbrekkare, per poi sparire nel tie break, quando il serbo è diventato perfetto. Nel secondo set, invece, è stato Djokovic ad avere ben sette palle per il 2 a 0, annullate da un Federer a tratti commovente nel salvare palle set forzando e seguendo a rete la seconda di servizio. Nel terzo set la svolta decisiva, Federer, provato anche dallo sforzo mentale e fisico nel vincere il secondo set regala un break sanguinoso da 40-15, commettendo poi l’errore fatale con un dritto praticamente a campo aperto da sopra la rete. E’ il break che decide il set (6-4) e probabilmente l’incontro, neanche la breve sospensione per la pioggia aiuta Federer a ritrovare un po’ di forza, le gambe si muovono ma non come in semifinale, la palla di Djokovic torna indietro troppo rapidamente per cercare di spezzare il ritmo con le discese a rete e sopratutto il diagonale di dritto di Djokovic è un martello pneumatico sui tentativi di recupero di Federer che alla fine è costretto a chiudere con 35 errori non forzati contro i 16 del numero uno del mondo. Il quarto set se ne va così senza troppi sussulti, con il serbo che comanda fino al 6-3 finale, per un boato finale dei 15.000 del Centre Court che non raggiunge picchi elevatissimi. Tanti se non tutti speravano nel quinto set, e in tantissimi, inutile negarlo, volevano l’ottava perla di Federer. Djokovic lo sa e la sua rabbia finale verso qualche porzione di stadio ne è la testimonianza, quando si gioca contro l’incarnazione del tennis si rischia di avere tutti contro, nonostante si sia numero uno del mondo, tre volte campione Wimbledon e 9 volte campione Slam.

di Cristiano Checchi 

 

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