Amarcord. Giovanni Arioli, dal gol all’esordio in serie A alla periferia

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ArioliDel calcio ci si innamora da bambini, quando ci si porta il pallone nel letto e lo si abbraccia sognando di giocare in serie A, sognando i gol in serie A con il pubblico che esulta e la televisione che parla di te. Una percentuale di bambini ce la fa ad esordire in serie A, a trasformare quel sogno in realtà tentando di svegliarsi il più tardi possibile. Il sogno di Giovanni Arioli, invece, è durato così poco che forse neanche lui si è reso conto di essersi addormentato.

Giovanni Arioli nasce a Mantova il 23 aprile del 1976, un anno che al calcio ha regalato campioni come Beckham, Raùl e Totti, tanto per citare i più famosi. E’ un centrocampista di lavoro e di corsa, ha grinta da vendere e non tira mai indietro la gamba; ad accorgersi delle sue caratteristiche è il Parma che a metà degli anni novanta è una delle squadre di punta del calcio italiano e al Tardini non si trova posto se non si è campioni. L’estate del 1995 porta al Parma fresco vincitore della Coppa Uefa un campione come Hristo Stoichkov, pallone d’oro 1994, che come sbarca in Emilia chiarisce subito un concetto: “Ricordatevi che Dio conferma spesso di essere bulgaro”, una frase che la dice lunga sul controverso personaggio che in Italia mostrerà solamente a tratti la sua onnipotenza pallonara, litigando con allenatore, compagni, avversari e tifosi senza mai farsi rimpiangere, salvo nelle trattorie parmensi. Giovanni Arioli viene aggregato al Parma 1995-96 allenato da Nevio Scala, si allena in silenzio cercando di apprendere il più possibile dai compagni di squadra che ha accanto, senza pretendere nulla a diciannove anni e in una formazione di campioni. Il Parma, partito per vincere lo scudetto, incappa in una stagione storta perdendo contatto quasi subito con le prime posizioni e lasciando strada al Milan di Fabio Capello che vincerà il quarto titolo in cinque anni; il ciclo di Nevio Scala che ha portato i gialloblu dalla serie B alle vette d’Europa si sta concludendo e la squadra ha perso quel mordente e quella freschezza che erano stati i capisaldi del Parma di inizio anni novanta. Arioli non ha fretta di esordire, Scala ha fiducia in lui e lo incita negli allenamenti convocandolo per le partite che però il giovane centrocampista guarda spesso dalla tribuna. Si stupisce Arioli di allenarsi e lavorare con quei divi che ha sempre ammirato dalla televisione, ha un debole per il carisma di Fernando Couto, un giorno in aereo alla volta di Foggia vede il portoghese parlare al telefonino e gli chiede: “Ma si può usare il cellulare in aereo?”. Couto, senza fare una piega, risponde: “Secondo me non vengono a dirmi di spegnerlo”. Calma olimpica e temperamento di un campione che Arioli spera di poter imitare un domani. Il 10 marzo del 1996 si gioca il derby emiliano fra Piacenza e Parma allo stadio della Galleana, 25.ma giornata del campionato: i piacentini di Cagni sono in lotta per la salvezza, i parmensi di Scala tentano di acciuffare la qualificazione alla Coppa Uefa. La gara è tirata, fa pure un discreto caldo, il Piacenza gioca meglio e chiude il primo tempo sul 2-0 grazie alla doppietta di Nicola Caccia; nella ripresa Scala cambia qualcosa perchè il suo Parma non gira: entra Arioli, forse anche per dimostrare a qualche senatore della squadra che è arrivato il momento di lasciar spazio alle nuove leve più affamate, più motivate. Il giovane centrocampista entra in campo senza alcun timore e al minuto 26 del secondo tempo approfitta di un pasticcio fra il capitano del Piacenza Lucci e il proprio portiere Taibi per trasformare in gol un lancio di Dino Baggio con un pallonetto pregevole che dimostra sfrontatezza da parte dell’esordiente parmense. Ecco il sogno che si trasforma in realtà: Arioli passa in un pomeriggio da perfetto sconosciuto a uomo copertina della serie A, perchè il gol alla prima gara giocata scatena paragoni e statistiche, Scala lo elogia, la Domenica Sportiva lo intervista, lui è un po’ emozionato ma tutto sommato sicuro di sè, pronto per un avvenire roseo fra le mura della serie A. Ma non sa che quelli saranno gli unici minuti della sua vita in massima serie. Non lo sa e non può saperlo.

Scala cerca di proteggerlo come fece Nils Liedholm con Paolo Maldini dopo l’esordio del futuro capitano del Milan a Udine nel gennaio del 1985, unica presenza in campionato per toglierlo dai riflettori. Arioli non scende più in campo e chiude la stagione con una presenza e un gol ed è soddisfatto così. Nell’estate del 1996 Scala lascia Parma e la panchina emiliana viene affidata a Carlo Ancelotti che, d’accordo con la società, decide di mandare Giovanni Arioli a farsi le ossa in serie C nella vicina Carpi. I biancorossi sono una formazione ambiziosa che sfiorerà la prima storica promozione in B, persa ai playoff contro il più esperto Monza. Arioli giocherà però solamente due gare a Carpi perchè in una partita di Coppa Italia contro il Brescello si rompe i legamenti della caviglia e resta fuori per cinque mesi. Arioli si riprende ma capisce ben presto che il treno del grande calcio è passato: non ha forse le conoscenze giuste per farsi spingere in serie A, probabilmente neanche le cerca perchè è un istintivo ed un orgoglioso, non vuole la pietà di nessuno e ciò che ottiene desidera guadagnarselo col sudore, e se non sarà serie A, pazienza. Inizia un lungo peregrinare in serie C: Lodigiani, Saronno, Pro Patria, Mantova, Pro Vercelli, Legnano, Lumezzane ed Ivrea, campionati tosti, spesso squadre in lotta per non retrocedere, Arioli combatte e non tira mai indietro la gamba, poco gli interessa che lui era una promessa della serie A. Quando è alla Pro Patria, nel gennaio del 2004, lo richiede il Verona che milita in serie B e lotta per la promozione: la Pro Patria dice no, è in parola col Mantova e gira il centrocampista ai lombardi, C2. Altro treno partito senza Arioli che passa dall’ipotesi della serie B alla realtà della C2. Senza rimpianti, evidentemente era destino, così come gli infortuni che stanno lì ad aspettarlo come corvi del malaugurio: ernia del disco, ginocchia ballerine. Arioli si prende ciò che la vita gli concede, gioca a pallone perchè gli piace, poco importa la categoria, poco importa il nome della squadra.

Ancora oggi, a quasi quarant’anni, Arioli sgomita in serie D, nell’Olginatese, senza vedere ancora il traguardo di una carriera che gli ha mostrato il Paradiso al primo vagito e poi l’ha mandato in Purgatorio con troppa fretta. Giovanni Arioli, nonostante tutto è soddisfatto, ha visto la serie A seppur per poco, ha avuto una vita soddisfacente facendo il mestiere più bello che potesse desiderare; si dice soddisfatto perchè ha potuto comprare una casa di proprietà che forse senza il pallone non si sarebbe potuto permettere. Un ragazzo semplice, un calciatore senza fuoriserie e donne immagine accanto, e col suo sorriso sornione sembra dire: “Chi se ne importa se in serie A ci ho giocato solo mezz’ora”.

di Marco Milan

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