In Siria finisce un incubo, Greta e Vanessa tornano a casa

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Greta&VanessaSono migliaia gli italiani impegnati all’estero in missioni di volontariato. Non fanno notizia, certo. Meritano l’attenzione della stampa e dell’opinione pubblica quando vengono rapiti. Se vengono uccisi un po’ meno: alla fine così non costano a nessuno.
Vanessa Marzullo e Greta Romelli però sono tornate. Partono per la Siria il 28 luglio scorso, la notte tra il 31 e il 1 agosto 2014 vengono rapite ad Aleppo. Sono due giovanissime volontarie, circa quarant’anni in due. Sono dalla parte dei civili siriani e stando alle ultime informative del Ros, del Free Syrian Army, coalizione supportata dall’Occidente con la funzione di combattere l’Isis. Hanno preso talmente a cuore la loro causa che è già la terza volta in un anno che varcano la frontiera di un territorio da tempo fuori ogni possibile controllo. Intraprendono l’esperienza con il progetto “Horryaty”, l’hanno fondato proprio loro insieme a Roberto Andervill, un quarantasettenne di Varese.

Aleppo, luogo del sequestro. “La madre di tutte le battaglie”. Così è stata nominata la guerra per il predominio di questa città del nord siriano dai ribelli. Il conflitto è in corso dal 2012 e si apre nel contesto della Guerra Civile Siriana. Il Free Syrian Army, l’Islamic Front e l’Unità di Protezione Popolare (YPG, esercito nazionale del Kurdistan siriano) si oppongono al regime di Assad, i violenti scontri scandiscono le giornate della capitale del Nord in quella che oggi si è trasformata in una sanguinosa guerra di posizione. Una delle aree più calde e travagliate di tutta la Siria, un calderone di miliziani, combattenti e ribelli che si combattono sotto un cielo che fa piovere barrel bombs inviate dal Presidente, come accadde nell’ottobre del 2012.

L’ultimo giorno dell’anno appena passato, il Fronte al Nusra diffonde un video in cui mostra le due ragazze dichiarare di essere in pericolo e chiedere l’intervento del governo del loro Paese, quello italiano. In risposta si scatena l’opinione pubblica nazionale, non si contano i punti esclamativi nei post di chi chiede di lasciarle lì, di chi le bacchetta e rivendica la precedenza dei Marò, di chi le insulta e augura loro di non tornare più, in maniera definitiva, di chi le rimprovera di voler essere delle protagoniste del bene facile, quando ce ne sarebbe da fare in Italia, di chi le offende perché a vent’anni hanno osato tanto e non hanno preferito restare a farsi l’aperitivo a Brembate o un giro al centro commerciale di Gavirate.

Vengono liberate giovedì 15 gennaio. Il quotidiano britannico Guardian riporta la notizia di un riscatto multi-milionario pagato in cambio della liberazione delle giovani volontarie, citando -non meglio specificate- fonti anonime “della sicurezza”. È la televisione degli Emirati Arabi Uniti Al Aaan a parlare dell’esatta cifra di 12 milioni di dollari, mentre il ministro degli Esteri Gentiloni definisce tali indiscrezioni come “prive di fondamento”.

Nell’informativa alla Camera inoltre Gentiloni ha chiaramente riferito che: “L’Italia in tema di rapimenti si attiene a comportamenti condivisi a livello internazionale, sulla linea dei governi precedenti. Per noi la priorità è sempre la tutela della vita e integrità fisica dei nostri connazionali. Considero inaccettabile che qualcuno abbia detto che Vanessa e Greta se la siano cercata. L’Italia ha bisogno di questi cooperanti e di questi volontari”.

Ora a qualche giorno dal ritorno di Greta e Vanessa, delle polemiche sul riscatto, delle ingiurie e della violenza verbale che si sublima in rete, si cerca di capire. Di chiarire come due ventenni qualunque possano partire alla volta di territori così delicati con iniziative personali o al più legate a piccoli enti locali, senza particolari preparazioni e senza contatti sicuri, agganci affidabili, coordinamenti di livello superiore e di respiro internazionale. Di provare a sentire cosa hanno da raccontare due ragazze poco più che liceali che hanno i polmoni ancora pieni dell’aria irrespirabile dell’oppressione, del terrore e della morte, di come la vicenda siriana non ci verrà raccontata dalla prospettiva analitica di un corrispondente di guerra, ma dallo sguardo schietto e inconsueto di chi oggi a vent’anni in Italia, ha scelto di partire. E non per l’Erasmus.

(di Azzurra Petrungaro)

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