Bimbe kamikaze: l’inferno nigeriano di Boko Haram

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boko-haram-girlsMentre l’Europa compie la sua marcia storica contro il terrore a Parigi, la jihad non risparmia l’Africa nera. Cinture esplosive azionate a distanza, nascoste sotto i niqab di bimbe innocenti, questa la nuova frontiera di Boko Haram, il gruppo sunnita jihadista che, a poco meno di cinque settimane dalle elezioni presidenziali e legislative in Nigeria, sta accentuando l’ondata di terrore sulle città e sugli abitanti del nord-est del Paese, costringendo altre migliaia di persone all’esodo verso i confini di Camerun, Ciad e Niger. I bambini kamikaze non sono una novità nello spaventoso panorama delle guerre nel mondo: è già avvenuto in Pakistan e in Afghanistan ed ora sta accadendo anche in Nigeria dove, negli ultimi giorni, tre bambine sono “saltate” in aria, molto probabilmente ignare del loro destino.

 Bimbe come bombe – 11 Gennaio 2015, Nigeria, Damaturu, Stato nord-orientale di Yobe. Hanno solo 10 e 15 anni le due bimbe saltate in aria, nel mercato dei telefonini di Potiskun, roccaforte del gruppo sunnita jihadista di Boko Haram, già colpita nei giorni scorsi da altri attentati: 3 morti e 26 feriti il bilancio provvisorio. Il giorno prima un’altra piccola, che secondo fonti di polizia e della Croce Rossa non aveva più di 10 anni, è saltata in aria nell’ora di punta, uccidendo una ventina di persone in un mercato di Maiduguri, capoluogo dello stato nigeriano di Borno. Nello stesso mercato, lo scorso primo dicembre, due donne si fecero esplodere causando decine di morti e una cinquantina di feriti. Allora nessuno aveva avanzato dubbi sulla volontarietà delle due donne di farsi saltare in aria: la bambina, invece, era stata fermata perché i metal detector avevano rivelato che nascondeva qualcosa e due agenti la stavano perquisendo quando c’è stata la deflagrazione. “Forse neppure sapeva cosa le era stato messo addosso, forse la bomba è stata fatta detonare con un telecomando” – ha riferito il portavoce della polizia. Lo scorso novembre, sempre lo stesso mercato di Maiduguri venne colpito da altre due ragazzine kamikaze, ed una terza, che per puro caso non azionò la cintura esplosiva che celava sotto il suo hijab, raccontò di essere stata obbligata dai genitori ad immolarsi.

I precedenti – I guerriglieri di Abubakar Shekau, leader del movimento Boko Haram, hanno fatto compiere per la prima volta a una donna un attacco suicida lo scorso giugno nella città di Gombe, nell’omonimo Stato a maggioranza musulmana, nel cuore del Paese, sempre a Nord ma lontano dalle frontiere. Un mese dopo, a Katsina, una bambina di 10 anni era stata bloccata con addosso un giubbotto esplosivo.
In sei anni, il fanatismo degli integralisti islamici Boko Haram, giurando fedeltà allo Stato Islamico siriano e iracheno di Abubakr al-Baghdadi (Isis), ha provocato oltre 14.000 morti e più di un milione e seicentomila sfollati nel nord-est della Nigeria.
Nell’ottobre scorso, le autorità nigeriane avevano annunciato il raggiungimento di un’intesa per un cessate il fuoco con Boko Haram, in vista del rilascio delle oltre 200 studentesse rapite lo scorso aprile a Chibok, nel Borno, e per un regolare svolgimento delle prossime elezioni presidenziali e legislative, programmate per febbraio. Tregua poi smentita proprio dal leader Abubakar Shekau. Da allora, le violenze sono continuate senza interruzioni di sorta: due kamikaze che, a Potiskum, nello Stato nordorientale di Yobe, si sono fatti esplodere all’interno di una stazione di polizia dopo esser stati arrestati dagli agenti e sempre nel nord-est del Paese, nella città di Baqa e nelle località circostanti, i miliziani continuano la loro campagna del terrore che, secondo le stime, nell’ultimo sanguinoso attacco messo a segno, ha provocato circa duemila vittime.

Una risposta globale – Nei giorni scorsi, il deputato Maina Maaji Lawan aveva affermato che dopo l’offensiva alla città di Baga, in cui Boko Haram ha preso il controllo anche di una base militare, il gruppo “controlla il 70% del territorio dello Stato di Borno”. La città, che aveva una popolazione di 10.000 persone, di fatto “non esiste più”. Boko Haram ha conquistato anche “16 villaggi vicini”. Villaggi che ora risultano distrutti. Il presidente del Camerun, Paul Biya, che aveva mobilitato l’esercito contro Boko Haram a maggio, dopo che il gruppo terrorista era sconfinato più volte in Camerun, ha sollecitato la comunità internazionale per fermare gli estremisti islamici di Boko Haram: «Dal Mali, alla Somalia, fino alla Repubblica Centrafricana, questi terroristi hanno la stessa agenda – ha detto Biya – di fronte ad una minaccia globale serve una risposta globale». Il suo appello è arrivato dopo che la forza multinazionale annunciata a maggio durante un summit anti Boko Haram a Parigi non è stata costituita ed a seguito dell’ennesimo allarme lanciato da Amnesty International, che ha denunciato come la maggior parte di queste persone non possano essere né assistite né curate, poiché se sopravvivono alla violenza sono la fame e gli stenti ad ucciderle.
“Le Nazioni Unite – ha dichiarato ieri il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon – sono pronte ad assistere il governo nigeriano per porre fine alla violenza e alleviare le sofferenze dei civili”. Ban Ki-Moon ha continuato esprimendo una “ferma condanna” per “l’atto depravato dei terroristi di Boko Haram di usare una bimba di 10 anni come attentatrice suicida”, dicendosi “scioccato” per le notizie sulle centinaia di civili uccisi la scorsa settimana in Nigeria, vicino al confine con il Ciad.

Cartina realizzata da Limes
Cartina realizzata da Limes

Chi è Boko Haram – Boko Haram è un movimento jihadista atipico, che concentra la propria ferocia in Nigeria, facendo meno rumore dell’Isis o di Al Qaeda, perché non colpisce quasi mai sedi internazionali. È un’avanzata del terrore fatta di bombe nelle scuole o piazzate alle fermate dei bus, che fa saltare in aria “l’innocenza” per mietere più vittime ed imbruttire il volto di una Nigeria già spaccata a metà, tra il Sud delle città degli affari e dell’economia in crescita e il Nord più povero e degradato, dove due terzi della popolazione vive con meno di 1 dollaro al giorno.
In questo Paese grande tre volte l’Italia, vivono oltre 160 milioni di abitanti ed ognuno dei suoi 36 stati è un mondo a parte: ci sono le strade sabbiose di Oyo, i quartieri residenziali di Ibadan, le due facce della capitale, Abuja, quella dei grattacieli e quella delle baracche e poi, appunto, c’è Boko Haram, che nasce nel Borno, lo stato più a nord-est del paese, ormai quasi totalmente in mano ai jihadisti, e che continua a espandersi nelle altre regioni settentrionali, quelle dove da vent’anni vige la Shari’a, la legge islamica.
Si tratta di un movimento che inizialmente ha provato solo a colmare il vuoto politico lasciato dai vecchi partiti islamisti e che ha sterzato verso la jihad dopo la morte di Yusuf nel 2009. Con il suo successore Abubakar Shekau, però, l’arrivo del sostegno di Al Qaeda al movimento non ha cambiato la strategia terroristica della setta nigeriana: anche se a fare da detonatore al gruppo sono state soprattutto le differenze economiche, più ancora di quelle etniche e religiose, l’obiettivo è e resta quello di una guerra intestina per trasformare il Nord in un Califfato trapiantato nel cuore dell’Africa. Diecimila i miliziani che nel tempo sono diventati più potenti e organizzati dell’esercito federale, adepti di Yusuf che parlano arabo tra loro e impongono la lingua di Maometto ai territori conquistati: una sorta di “anti-cultura”, una presa di distanza dai costumi europei e americani a partire proprio dal nome, Boko Haram, che significa “l’educazione occidentale è peccato”. E così si spiegano le scuole trasformate in pozzi di sangue dalle bombe, le 200 studentesse rapite e mai riconsegnate nonostante le mobilitazioni di #BringBackOurGirls e così si dovrebbero spiegare le bimbe kamikaze. Forse sì, si spiegano ma non si comprenderanno, mai.

(di Annalisa Spinelli)

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