Lewis Hamilton campione del mondo: talento e cattiveria in una stagione da incorniciare

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Hamilton Campione del Mondo
Hamilton Campione del Mondo

2008 e 2014. A sei anni di distanza da quel drammatico epilogo brasiliano, Lewis Hamilton torna campione del mondo. Ultima gara stagionale allora, ultima gara stagionale oggi, ma quante differenze fra i due titoli, quanta maturità nella testa del pilota inglese, passato dall’essere un bambino viziato che si lagna sotto l’albero di Natale, all’uomo determinato che sa quello che vuole e sa come ottenerlo.

La Mercedes quest’anno ha partorito dai suoi garage un bolide impressionante, una macchina da guerra che ha spazzato via ogni minima resistenza di qualsiasi altra vettura del lotto, lasciando i due soli piloti della marca tedesca a giocarsi il titolo mondiale piloti. La stagione di Hamilton è iniziata male col ritiro in Australia dopo aver conquistato la pole position; poi 4 successi consecutivi (Malesia, Bahrein, Cina e Spagna), un secondo posto a Montecarlo dietro a Rosberg, quindi l’inizio delle sventure con il ko in Canada ed i due terzi posti in Germania e Ungheria dopo rimonte antologiche dalle ultime posizioni a causa delle disavventure nelle qualifiche; nel mezzo la vittoria casalinga a Silverstone, ma un Rosberg che, con la sua linearità ed una sfortuna che sembrava colpire il solo Hamilton, inizia a prendere il largo in classifica.

La rabbia di Hamilton cresce, l’inglese ha paura che la scuderia di Stoccarda, una volta messo al sicuro il titolo costruttori, preferisca il tedesco Rosberg per far completa la festa teutonica. Il ritiro di Hamilton in Belgio dopo la foratura causatagli proprio dal compagno di squadra che allarga lo screzio fra i due, sembra spalancare le porte al mondiale di Rosberg, ma da qui in avanti la clessidra si rovescia a favore del britannico che estrae dal cilindro determinzione e maturità, quando abbassa il casco diventa una belva feroce, mentre Rosberg improvvisamente si sgonfia, vede Hamilton farsi sempre più grosso nei suoi specchietti e non riesce ad allargare le spalle per respingerne gli attacchi: Hamilton vince 5 gare di seguito: a Monza, a Singapore (dove approfitta del ritiro di Rosberg per tornare al comando della classifica), in  Giappone, in Russia e negli Stati Uniti), si accontenta del secondo posto in Brasile e giunge negli Emirati Arabi con 17 punti di vantaggio sul rivale. In condizioni normali basterebbe un sesto posto per vincere il campionato, ma quest’anno i gestori della Formula 1 ne hanno pensata un’altra delle loro, forse una delle stramberie più cervellotiche mai escogitate: raddoppiare i punti all’ultima gara, così Hamilton deve necessariamente classificarsi fra i primi due per non compromettere il titolo, mentre Rosberg deve vincere e sperare che l’inglese faccia terzo o peggio.

La pole position la fa Rosberg che inizia a pungere il rivale cercando di innervosirlo, ma Hamilton non è più quello del mondiale buttato via nel 2007 tra insabbiamenti in Cina e tentativi folli di sorpassi in Brasile, o quello dell’anno successivo quando il titolo iridato arrivò, sì, ma solo grazie alle gomme da asciutto di Glock che piantarono sotto al temporale di San Paolo la Toyota del tedesco, costretto a rantolare in pista mentre Hamilton all’ultimo respiro piazzava la zampata di un sospirato quanto decisivo quinto posto che beffò Felipe Massa, ormai praticamente campione del mondo. Il Lewis Hamilton versione 2014 ha gestito la pressione alla perfezione, si è calato nella difficoltà delle due settimane più lunghe e complicate, perchè tutto il mondo aspettava il colpo di scena, l’epilogo diverso dal copione prestampato, il jolly di Rosberg. E invece Hamilton ha zittito tutti già al via quando è scattato dalla seconda posizione, ha guardato il compagno di squadra (che partiva dalla pole) armeggiare maldestramente col volante nel tentativo di rimediare ad una partenza pessima, poi è volato verso l’undicesima vittoria della stagione che gli ha consegnato anche il secondo titolo mondiale della carriera. Meritato forse più del primo, come ammesso anche dallo stesso pilota britannico della Mercedes. Del resto i numeri parlano chiaro: Rosberg ha fatto meglio di Hamilton in qualifica (11 pole a 7) ma è stato nettamente battuto in gara (5 vittorie del tedesco e 11 dell’inglese)  dal numero 44 che ha dimostrato più esperienza, più maturità e forse più talento del compagno. Hamilton in 148 gran premi disputati in carriera ne ha vinti 33 con 38 pole position; è il pilota britannico più vincente della storia della Formula 1, è quinto nella classifica delle vittorie, dietro solo a Michael Schumacher, ad Alain Prost, ad Ayrton Senna e a Sebastian Vettel, ed è quarto in quella delle pole position, alle spalle di Schumi, Senna e Vettel. Una lista destinata ad allungarsi, perchè Hamilton a 29 anni è nel pieno della maturità, è mentalmente libero, è bravo e guida una monoposto eccezionale, favorita anche il prossimo anno.

Hamilton nel 2008 ha vinto un mondiale rocambolesco, forse non del tutto meritato, ora nel 2014 ha acquisito tutto ciò che un grande pilota ed un grande campione deve avere: Hamilton è veloce ma non più folle, attacca ma ragiona. L’assalto al tris mondiale, in fondo, è appena partito.

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