“Ciò che inferno non è”, il nuovo romanzo di D’Avenia

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di Laura Guadalupi   

Federico ama le parole e gli ossimori, Petrarca e Dostoevskij. In famiglia lo hanno soprannominato “Poeta”. Siamo nel 1993, Federico ha diciassette anni e vive a Palermo in via Notarbartolo, poco distante dalla casa di Giovanni Falcone. Frequenta il liceo classico Vittorio Emanuele II, il suo insegnante di religione è 3P, ovvero Padre Pino Puglisi, come lo chiamano affettuosamente i suoi alunni. Un passaggio a livello separa il mondo di Federico da quello di don Puglisi, il prete ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993 nel giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno. È sufficiente un passaggio a livello abbassato per entrare nel quartiere di Brancaccio, dove il prete si prodiga per strappare dalla strada bambini e ragazzi e Federico scopre una nuova realtà, incluso l’amore.

È questa l’ambientazione di Ciò che inferno non è (Mondadori, pp. 317, euro 19), il nuovo romanzo dello scrittore e insegnante Alessandro D’Avenia. L’opera arriva dopo i successi di Bianca come il latte, rossa come il sangue, best seller diventato anche un film, e Cose che nessuno sa, entrambi editi da Mondadori.

Si tratta di un viaggio nel mondo dell’adolescenza con i suoi dubbi, le domande, gli ideali che lo contraddistinguono, gli scontri con la realtà. In una delle sue visite a Brancaccio il giovane protagonista rimedia un labbro rotto, una bicicletta rubata e incomprensioni in famiglia, ma è grazie a questo che decide di diventare adulto, rinunciando a un viaggio in Inghilterra per restare ad aiutare don Puglisi con i ragazzi del quartiere. L’attività pastorale del prete è tutta tesa a non perdere quei bambini che vivono per strada. Vuole offrire loro una scuola media e raccoglie fondi per il progetto, pur tra mille difficoltà e intimidazioni. La storia si snoda tra i vicoli assolati di una Palermo di grandi arrivi e partenze, città dall’eredità araba e normanna rimaste impresse nell’architettura degli edifici così come nei lineamenti dei suoi abitanti. Tra quei vicoli si aggirano personaggi dai soprannomi quali il Cacciatore e ‘u Turco, ma sono anche le strade abitate da Lucia, Francesco, Totò.

In questo groviglio di vite emerge la figura pacata di don Puglisi, che lo scrittore ha realmente conosciuto nei corridoi del liceo Vittorio Emanuele II quando era studente. Il don Puglisi qui narrato è un uomo radicato nella fede, che ha costruito la casa della propria vita sulla roccia del Vangelo. Lui vorrebbe

mostrare ai suoi bambini “almeno un frammento di ciò che inferno non è per concepire che esista altro”. Ha pochi capelli in testa e un sorriso per tutti, don Pino. Elargisce rassicurazioni e coraggio ovunque c’è bisogno del suo sostegno, anche quando questo non viene esplicitamente richiesto, anche quando costa un occhio nero.

Tutto ciò gli è valso il riconoscimento del martirio e il 25 maggio 2013 è stato beatificato nella sua Palermo. Già, perché il quartiere in cui ha trovato la morte è lo stesso che gli ha dato i natali. È lo stesso in cui ha emesso il primo vagito e l’ultimo atto della propria vita: sorridere al suo assassino, sorridere di un sorriso che viene dal profondo perché non c’è tempesta che lo possa alterare. L’autore scrive che don Puglisi sorride perché non rimpiange nulla. La sua esistenza è stata tutta un dare e un ricevere amore, vissuta con pienezza per mostrare ai suoi ragazzi ciò che inferno non è: la libertà di amare, dove “l’amore è difendere la vita dalla morte”.

 

 

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