Amarcord: Marco Macina, da gemello di Roberto Mancini alla caduta nell’anonimato

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Macina
Marco Macina

“Macina e Mancini? Bravi entrambi, Macina un po’ di più”. Così si esprimevano gli osservatori che nei primissimi anni ottanta facevano la fila per godersi i due gioielli del Bologna Primavera. Di Roberto Mancini sappiamo più o meno tutto, il suo immenso talento, le sue bizze da calciatore, i suoi successi dorati da allenatore. Di Marco Macina, invece, poco si sa, qualche ricordo sbiadito di chi inizia ad avere i capelli grigi, ma poco altro.

Marco Macina nasce a San Marino il 30 settembre del 1964 ed è a tutt’oggi l’unico calciatore sanmarinese assieme all’ex juventino Bonini ad aver giocato in serie A. Le aspettative nei suoi confronti sono enormi, nelle giovanili del Bologna fa sfracelli assieme a Mancini, i due sono i talenti più puri della squadra, probabilmente dell’intera categoria; gli esperti dicono che Macina ha più tecnica, Mancini più carisma, ma di certo il futuro in grandi squadre è assicurato per entrambi. Erano affiatati in campo perchè si compensavano e si incastravano benissimo: Macina era un’ala, velocissimo e con un dribbling fulminante; Mancini era più punta, ma una punta col talento e la visione di gioco di un fantasista, era più finalizzatore anche se aveva meno velocità e meno resistenza del compagno. I due esordiscono nel Bologna, poi Mancini va alla Sampdoria dove conoscerà consacrazione, gloria e un presidente-papà come Paolo Mantovani che saprà smussare gli angoli più spinosi dei caratteri dei suoi ragazzi. Questo a Macina non succede e sarà probabilmente una delle cause della sua rovina. Dopo un paio d’anni buoni in serie B prima ad Arezzo e poi a Parma, viene scovato dal Milan che lo ingaggia, allenatore Nils Liedholm. Siamo agli sgoccioli dell’avventura milanista del presidente Giussy Farina che di lì ad un anno venderà baracca e burattini a Silvio Berlusconi che condurrà il Milan sul tetto del mondo. Quell’estate del 1985 è per Marco Macina quella del sogno realizzato, la serie A, il Milan, le grandi platee. L’avventura inizia pure benino, Liedholm, un grande saggio che ha l’occhio lungo e la vista acuta per i bravi giocatori, si lascia scappare qualche giudizio lusinghiero sul ragazzotto di San Marino e ne fa l’emblema del calcio che vorrebbe praticasse il suo Milan: dinamico e veloce. Un giorno, durante il ritiro estivo, il Barone arriva a dire: “Mai visto prima d’ora uno che corra più veloce quando ha la palla rispetto a quando corre senza, come fa questo Macina”. Un attestato di stima che regala a Macina 5 presenze nel Milan a soli 21 anni, un’età bella ma rischiosa, e Macina in quei rischi ci cade con tutte le scarpe: serate allegre, qualche festa di troppo, le ore piccole, la stanchezza durante gli allenamenti, qualche fuga dai ritiri per correre fra le braccia della bella e disponibile fanciulla di turno. Anni dopo dirà: “Ho sbagliato in quel periodo, ma presentatemi un ragazzo di vent’anni che raggiunge la fama e che non sia invogliato da discoteche e belle ragazze. Presentatemelo e gli stringerò la mano”. Dargli torto appare difficile, ma tant’è. Alla fine della stagione 85-86 il Milan diventa di Silvio Berlusconi che incomincia ad aprire il borsone coi dobloni d’oro, acquista a destra e a manca, in Italia e all’estero, alla fine qualcuno gli nomina Macina e il cavaliere risponde che per lui non c’è posto per il momento al Milan. Lo fa parcheggiare in serie C alla Reggiana con la promessa che se si farà valere in Emilia tornerà a vestirsi di rossonero. Non tornerà più. L’anno a Reggio Emilia è discreto (4 gol), il Milan non lo riprende ma lo presta all’Ancona, sempre in serie C; è l’estate del 1987 e sarà l’ultima preparazione estiva per Macina, anche se lui ancora non lo sa e non potrebbe neanche immaginarlo considerando i suoi soli 24 anni. Durante una gara in casa dell’Ospitaletto, Macina sente un dolore al ginocchio, si fa visitare e gli parlano di menisco, di possibile operazione qualora la situazione peggiorasse. Peggiora. Altra visita, stavolta la verità viene accertata: altro che menisco, è partito un legamento, è necessaria un’operazione ma soprattutto lo aspetta una lunga convalescenza e un arrivederci ai campi di calcio. Invece è un addio, perchè Macina pian piano guarisce, ma resta a spasso: il contratto col Milan è scaduto e nessuno lo chiama per rinnovarlo, l’Ancona fa orecchie da mercante alle sue richieste di avere un’altra possibilità nelle Marche dove tutto sommato si è trovato bene, nessuna squadra di serie A e B sembra aver bisogno di un’ala di 24 anni, scattante e affamata di calcio. Macina si allena coi disoccupati nell’estate del 1988, sempre in attesa che qualcuno si ricordi di lui, e invece niente, arriva solo qualche chiamata da piccole squadre neopromosse in serie C, ma in quel momento lui che ha calcato il campo di San Siro non se la sente di accettare proposte poco allettanti. Così prende una decisione che si rivelerà la fine della sua carriera: sceglie di rimanere un anno fermo e di ripresentarsi per un ingaggio nell’estate successiva; una decisione presa in solitaria, Macina non ha procuratore, non ascolta i consigli di nessuno. Sta un anno a casa ad oziare, poi a giugno del 1989 torna in pista, cerca squadra, si propone, contatta dirigenti e procuratori. Sono tutti gentili con lui, gli promettono un ritorno in grande stile, gli parlano di Napoli, di Roma, di Fiorentina, qualcuno vorrebbe riportarlo al Milan dove nel frattempo stanno perdendo il conto di Coppe e scudetti vinti. Promesse da marinaio, perchè Macina resta a piedi ancora una volta, incomincia a provare astio e rancore nei confronti del mondo del calcio che aveva sempre adorato e che lo aveva accolto, e che ora lo sta gettando via come una pantofola logora e senza un apparente motivo. Lui dirà che qualcuno gliel’ha fatta pagare perchè aveva sfidato i procuratori e il ventre danaroso che stavano costruendo. Dirà che nel gioco dei miliardi avrebbe sfigurato un calciatore che ritrovava squadra dopo un anno di voluta inattività e con un rientro a parametro zero, senza vorticosi giri di danaro. Chissà quanto sia stato labile il confine tra le responsabilità di Macina stesso e quelle di un mondo che in un batter di ciglia è capace tanto di regalare fama quanto di dimenticare e rinnegare.

Marco Macina smette col calcio a nemmeno 25 anni, anche se ha provato per quasi dieci anni a rientrare: prima con la nazionale di San Marino, poi chiedendo contratti annuali a destra e a sinistra, ricevendo tanti sorrisi di circostanza e nessuna possibilità reale. La condizione fisica è scesa, quella mentale affossata dai ricordi, dai sensi di colpa, dalla rabbia di non sapere cosa sarebbe potuto accadere con un po’ più di fortuna e un pizzico di saggezza e riflessività. Ha vissuto una vita sui generis dopo aver appeso le scrpette al chiodo: non ha lavorato, ha abitato a casa con i genitori, ha chiuso ogni rapporto col mondo del calcio rifiutando persino l’offerta di andare a commentare per una tv romagnola le partite del Cesena a metà degli anni novanta. Macina non ha più giocato, neanche a calcetto con gli amici, confidando che il suo livello sarebbe stato troppo alto in campo e nessuno si sarebbe divertito. Chissà se Marco Macina, almeno una volta prima di addormentarsi, non abbia pensato a cosa sarebbe successo se la Sampdoria avesse scelto lui e non Roberto Mancini, o magari tutti e due insieme. In fondo un’edizione pallonara della pellicola Sliding Doors in questa storia non ci starebbe affatto male.

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