Perez. Un’ epopea criminale tra Camorra e Noir

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Finalmente qualcosa sembra essere cambiato nel cinema italiano contemporaneo. Sempre più giovani registi han fatto del cinema di genere il loro cavallo di battaglia riuscendo a portare una ventata d’aria nuova nelle produzioni nostrane.
Dopo Francesco Munzi (Anime nere) è la volta del casertano Edoardo De Angelis che, dopo Mozzarella stories, conquista una posizione importante per la rinascita del cinema sociale codificato nelle strutture del noir.

Demetrio Perez (Luca Zingaretti) è un mediocre avvocato d’ufficio e incarna lo stereotipo del loser per antonomasia: a lavoro non è rispettato nemmeno dai suoi clienti, la moglie lo ha abbandonato e sua figlia è fidanzata con l’ambiguo Corvino (Marco D’Amore) figlio di un camorrista pentito.
Perez vive in uno stato di non-vita, come spesso viene ricordato dal suo (unico) amico e collega, ha scelto di non essere felice, tutti i giorni passano uguali e monotoni, tra tribunali, insulti dei suoi clienti e continui schiaffi morali da parte della figlia e del suo fidanzato.
Un giorno qualcosa cambia, l’avvocato viene scelto dal gelido boss Buglione (Massimo Gallo) per assisterlo nella sua confessione e seguirlo nel suo percorso di redenzione.
In realtà, Buglione ha scelto Perez per un altro motivo: aiutarlo a recuperare dei preziosi diamanti nascosti nella pancia di un toro. Buglione ha, infatti, il potere di testimoniare, contro Corvino e quindi di farlo sparire dalla vita di Perez e di sua figlia.
Ecco che la proposta di Buglione accende qualcosa nella mente dell’avvocato e, scatta la trasformazione del protagonista.
Perez prende inaspettatamente coraggio, squarta un toro, recupera i diamanti, ed è deciso a trattare con Buglione quando il destino gli si ritorce contro.
Gli eventi, dopo la testimonianza di Buglione ai danni di Corvino, precipitano e vanno in direzione del tutto opposta a quella sperata da protagonista.
Corvino è costretto a scappare per non essere incarcerato e la figlia vuole testardatamente seguirlo con tutte le conseguenze che la scelta comporta.
Quando tutto sembra essere irrisolvibile, un ultimo inaspettato gesto ai limiti della violenza farà avvicinare padre e figlia traghettandoci verso il finale, che a dispetto di ogni aspettativa, è tutto sommato positivo.

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Il film di De Angelis si ricollega alla lezione del noir americano più cupo e violento degli anni quaranta da una doppia prospettiva: tematica e stilistica.
L’intreccio è criminale e i personaggi si muovono tra moralità e immoralità. La filosofia esistenzialista, riconosciuta come canone costante del filone statunitense, si riflette anche nelle tecniche di visualizzazione. Gli spazi del centro direzionale di Napoli, dove si svolgono quasi tutte le scene del film (eccetto la parentesi nella fattoria), sono vuoti e desolati per far aumentare il senso di insensatezza, malessere e solitudine che incombe sul protagonista.
Per catturare l’ambiente si privilegia la profondità di campo per dare allo spettatore la sensazione di un mondo in decadenza, mentre per esplorare i personaggi, De Angelis adotta un punto di vista ravvicinato, con primi e primissimi piani per non rischiare di perdere nessun movimento, nessuna emozione che potrebbe tradirli.
Infine è presente la voce off che assicura una certa vicinanza, quasi intima, tra attore e spettatore.
Il protagonista come Travis di Taxi driver racconta la sua storia adottando una prospettiva fortemente soggettiva, come se a parlare fosse proprio la sua coscienza.
Ottima anche la scelta degli attori. Zingaretti e D’Amore il binomio televisivo perfetto (Montalbano e Gomorra) per portare al cinema un po’ della criminalità a metà strada tra il noir e il giallo che abbonda, invece, nelle ultimissime serie televisive.

(di Annalisa Gambino)

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