Messi, Maradona e la mistica Argentina

4711595826_6b01e5bbd1_zSe avesse vinto l’Argentina di Messi scrivere di mistica, scrivere di questa parola spagnola per i nostri affezionati lettori sarebbe stato doveroso; sarebbe stato bello divertire e divertitisi rievocando le molteplici similitudini tra l’Argentina di Messi e quella di Maradona del 1986; quello appunto fu un mondiale all’insegna della mistica: un mondiale magico, la mano di Dio, e poi la corsa di Maradona da centrocampo a seminare tutta l’Inghilterra, fu il gol più bello della storia del calcio.

E invece no, Mario Goetze ai tempi supplementari interrompe le danze albicelesti, gli argentini non cantano più, stop di petto, sinistro al volo, un gol da cineteca. Niente mistica, nessun paragone romantico, addirittura nell’ultima occasione per l’Argentina, all’ultimo calcio piazzato, Messi calcia il pallone alle stelle. Le lacrime argentine annegano così il mistico e magico paragone tra Messi e Maradona. Le affascinanti parole che portano tutte la lettera M vengono dimenticate una dopo l’altra, la M della musica nelle giocate di Messi e di Di Maria, la M di magia nel vedere giocare un campione del tutto identico a una leggenda del passato, gli argentini usano questa espressione: “ son lo mismo” ovvero sono uguali sono la stessa cosa, Messi e Maradona.

Messi con lo sguardo perso nel vuoto sale le scalinate della tribuna d’onore del Maracanà, lo sguardo è lo stesso di Maradona nella finale di Italia 90, gli avversari anche sono gli stessi, lo è anche il risultato, 1 a 0, il passato che si ripete. Eppure la mistica, le vibrazioni positive e la sensazione che tutto sarebbe andato per il verso giusto l’Argentina ce l’aveva, vincere il mondiale al Maracanà nel tempio dei nemici di sempre, alzare la coppa del mondo davanti ai pentacampioni ha solleticato la fantasia di ogni tifoso argentino e non. Il miracoloso palo di Dzemaili a tempo scaduto aveva elimina la Svizzera, la palla rimbalzava sullo stinco del napoletano e rotolava fuori. Nei rigori contro l’Olanda davanti agli argentini non si c’era il temibile Krul, un vero spauracchio, il muro arancione alto due metri, Van Gal aveva terminato già le sostituzioni così  toccava a Cillessen parare i rigori, risultato Argentina in finale.

Al Maracanà tutto sembrava andare per il verso giusto, al palo della Germania poi era evidente che la sorte sorridesse all’Argentina, le occasioni capitano per l’albiceleste capitano, il gol non arriva e qualcosa s’incrina. Higuain solo davanti a Neuer con il destro ”strozza” il pallone e conclude largo, poi Messi, che come se non bastasse ha il pallone sul sinistro, niente da fare a lato anche la sua conclusione, triplice fischio, tempi supplementari.

L’Argentina è provata rispetto a tedeschi che nonostante le botte sembrano averne per un altro mondiale. La partita sta per finire e la tombola dei rigori sta per arrivare, del resto lo dice anche una canzone che al fenomeno argentino per eccellenza è dedicata, la vita è una tombola. Cross dalla sinistra, il bussolotto della tombola gira e rigira e regala un pallone a Palacio, stop di petto, Neur in uscita, l’interista decide di scavalcarlo con il destro, l’attaccante è troppo ardito e l’ultima occasione per l’Argentina prima del tracollo svanisce sulla linea di fondo. Quarto titolo mondiale per la Germania che ci raggiunge al secondo posto dietro la Selecao. Il Mondiale ci ha regalato un Messi a tratti inarrestabile, proprio come Maradona, ma anche troppe volte non continuo. Hanno pianto in tanti in queste notti d’estate; hanno pianto i campioni del mondo uscenti, gli spagnoli, poi l’Italia, la Colombia di James, la squadra e il dieci più scoppiettanti del mondiale, poi i padroni di casa, umiliati come mai prima d’ora, eppure consci di aver disputato un grande mondiale, piangono i neo campioni del mondo, la squadra, ed è più che sufficiente solo questo appellativo per complimentarsi con loro, sottolineando la loro essenzialità e  il rigore tattico. Non piange il più forte di tutti, Messi, e non per menefreghismo o poco attaccamento all’Argentina, Messi sceglie di non far trasparire nessuna emozione, il numero dieci sembra celare una  promessa da rivolgere alla sua gente, essere ancora più forte ancora più imprendibile, tra quattro anni.

Grazie per aver seguito il mondiale con noi, un saluto a tutti gli appassionati di calcio da

Lorenzo Centioni

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