Renzi vola a Strasburgo per parlare agli italiani, più che all’europarlamento

renzi strasburgodi Fabio Grandinetti

L’Italia ha la memoria corta. Lo sappiamo. Cos’è un discorso, anche se al Parlamento Europeo a Strasburgo, al cospetto di una stagione politica, di una legislatura, di anni a venire, di cicli della politica ancora da scrivere. Renzi lo sa. E allora l’apertura del semestre italiano – in un momento in cui la politica nostrana, come di consueto all’inizio del periodo estivo, pare procedere per inerzia – è l’occasione migliore per salire sul palcoscenico europeo e fare vedere a tutti di che pasta è fatto.

I punti programmatici della presidenza italiana (l’arrosto, si spera) vengono affidati ad un documento scritto. Il resto, il fumo, è in pieno stile Renzi. La prima cosa da comunicare alle istituzioni europee è che il selfie dell’Ue non è venuto affatto bene. L’espressione è stanca, rassegnata, triste. E di selfie Renzi se ne intende. C’è bisogno di una ventata di freschezza, di coraggio, di responsabilità, di orgoglio. L’orgoglio di aver creato l’Unione, della quale va recuperata l’anima, ma anche di essere eredi di Enea, Cicerone, Dante e Leonardo Da Vinci. La responsabilità di essere la “generazione Telemaco”, quella che ai tempi di Maastricht girava ancora in motorino. Ora, premesso che non c’è nulla di più provinciale che andare in un luogo, specie se prestigioso, e compiacersi con fare quasi gradasso di rappresentare una terra dalla storia e dalla cultura immensa, va riconosciuto al premier che la sicurezza e l’autostima sono emerse nonostante la ridanciana retorica. Fattore da non dare per scontato, soprattutto per chi come Renzi si è ritrovato da premier a Strasburgo senza aver subìto il fastidio di svolgere neanche una legislatura da parlamentare, sebbene tra una battuta e l’altra abbia rischiato di definirsi tale. E ancora una volta Renzi è riuscito a rendere un impegno istituzionale un’occasione per creare consenso, rivolgendosi a mo’ di comizio elettorale all’opinione pubblica, italiana più che europea, e non agli europarlamentari.

Ciò che gli italiani tendono a dimenticare in questi casi sono i contenuti – la flessibilità, la finanza, l’anima dell’Europa, il faro di civiltà, Asia Bibi, il servizio civile europeo ecc. – una colpa, d’altronde, più che comprensibile. Ciò che rimane è quello strano impulso mentale, quella traccia mnemonica che da qui a qualche settimana, quando i contenuti saranno definitivamente rimossi, a molti farà sentenziare: che bravo Renzi. Che bravo quel premier giovane, spigliato, vagamente colto. Quel premier che a qualcuno avrà fatto scoprire Google Maps, che molti avrà incuriosito sul significato di Smart Europe. Quel premier che, in un modo o in un altro, sembra contare abbastanza da scomodare le repliche della Bundesbank. Quel premier che è andato a dire ai tedeschi che noi siamo quelli di Leonardo e Dante e che l’Europa è dei cittadini, non dei banchieri.

Il dibattito su flessibilità e politica di bilancio passerà e con esso il presunto gelo tra Berlino e Palazzo Chigi. Ciò che rimarrà è quel sapore in bocca che da un microfono a chilometri di distanza riesce a diffondere. Quell’appena percepibile movimento interiore frutto di un’indefinita attrazione della massa nei confronti di un personaggio pubblico. In questo, lasciatecelo dire con coraggio e convinzione, è davvero bravo.

 

 

foto di  Palazzochigi on Flickr

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