Trent’anni senza Berlinguer, un politico che amava la politica

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enrico-berlinguerdi Pierfrancesco Demilito

Era il 7 giugno del 1984 quando Enrico Berlinguer, il segretario del partito comunista italiano, fu colpito da un ictus durante un comizio a Padova. Berlinguer era un sardo di piccola statura e corporatura ma era duro come un sasso, un lottatore che da quell’ictus non si fece piegare facilmente. Terminò ugualmente il suo discorso, tremante, la gente gli chiedeva di smettere, ma lui niente: buttava giù un sorso d’acqua e riprendeva a parlare. Morì quattro giorni dopo nell’ospedale di Padova. Trent’anni fa, in piazza San Giovanni, a piangerlo erano più di un milione, comunisti e non. Con lui è morto un partito e una certa politica ed è anche per questo se oggi, a distanza di tanti anni, anche chi durante la sua segreteria era solo un bambino ne sente forte la mancanza.

Qualche settimana fa, durante la campagna per le Europee, il nome di Berlinguer è tornato a riecheggiare nelle piazze italiane. Riprendendo le dichiarazioni di un vecchio dirigente del PCI, Beppe Grillo ha definito il Movimento 5 Stelle l’erede politico di Berlinguer. In più città, durante i comizi, Grillo sul palco è saltato in braccio a Di Battista (moderni Benigni e Berlinguer), ripetendo: “Il Movimento 5 Stelle è l’unico partito che porta avanti la questione morale di Berlinguer, siamo gli unici a portare avanti la sua eredità. Il sogno di Berlinguer sta continuando con noi”.

Ci risiamo, maledetta questione morale! Intendiamoci: maledetta, non perché quella intrapresa dall’allora segretario del PCI non fosse una battaglia sacrosanta, ma perché considerata da molti l’unica eredità lasciata ai posteri da Berlinguer. Enrico (i militanti di allora lo chiamavano semplicemente così) non era solo un onesto, non era solo “una persona per bene”, era un comunista (lui avrebbe detto euro-comunista) e soprattutto era un politico, era un uomo che amava la politica. E per questo non può avere nulla a che fare con il Movimento 5 Stelle e con Beppe Grillo.

Belinguer nacque nel 1922 in una famiglia di nobili intellettuali sardi, repubblicani e antifascisti. Il padre era un deputato socialista e suo nonno aveva fondato il giornale La Nuova Sardegna. Enrico non era un “figlio del popolo”. Nel 1943 si iscrisse al Partito Comunista e solo due anni più tardi entrò nel Comitato Centrale del partito. Nel 1949 fu nominato segretario della rinata Federazione Giovanile Comunista Italiana e da allora lavorò sempre all’interno del PCI, con incarichi vari. Poi nel 1968 venne eletto per la prima volta alla Camera e nel 1972 divenne segretario del Partito Comunista. Se Berlinguer fosse un politico dei giorni nostri, Grillo, con buona probabilità, direbbe di lui: “Berlinguer è uno che non ha lavorato neanche un giorno. E’ un topo di partito, uno cresciuto nella polvere di Botteghe Oscure. Cosa ne sa Berlinguer della fame? Cosa ne sa di come si vive senza lavoro? Lui che ha fatto carriera perché il padre andava in classe con Togliatti!” Naturalmente non lo avrebbe semplicemente detto ma lo avrebbe urlato. E ad uno come Berlinguer più che gli insulti, forse, avrebbero dato fastidio le urla.

Berlinguer è stato eletto alla Camera ben cinque volte, fu deputato dal 1972 fino alla sua tragica morte avvenuta nel 1984. Altro che due mandati e poi a casa. Altro che “la politica non è un mestiere”. Certo, non è solo un mestiere, è tanta passione ed Enrico l’ha insegnato a tutti. Ma è (e come se lo è) un mestiere, c’è chi lo sa fare bene e chi non lo sa fare affatto. Oppure, a furia di dire che la politica possono farla tutti, ci ritroveremo un intero parlamento preoccupato dall’invasione del grano saraceno nella nostra tradizione culinaria.

Berlinguer riteneva che per uscire dalla crisi politica, economica e sociale in cui l’Italia stagnava agli inizi degli anni settanta fosse necessario il dialogo tra forze diverse, un nuovo compromesso storico che avrebbe dovuto portare il PCI a dialogare anche con l’odiata DC, per il bene del Paese. Un teoria che lo espose anche ad una feroce critica interna da parte dell’ala intransigente guidata da Armando Cossuta. Nel 1973, sulla rivista Rinascita, scrisse: “Dobbiamo agire perché al suo interno [nella Democrazia Cristiana] pesino sempre più, sino a prevalere, le tendenze che, con realismo storico e politico, riconoscono la necessità e la maturità di un dialogo costruttivo e di un’intesa tra tutte le forze popolari senza che ciò significhi confusioni o rinuncia alle distinzioni e alle diversità ideali e politiche che contraddistinguono ciascuna di tali forze”.

Niente a che vedere con chi dice “prenderemo il 51% e governeremo da soli”, “E’ una guerra”, “O noi o loro”.

Grillo è in grado di sentire la pancia degli italiani, così dicono molti notisti politici. Ma soprattutto -aggiungo io – il comico genovese sceglie con furbizia parole che toccano le giuste corde degli italiani. Dice alla folla quello che la folla vuole sentire, infischiandosene di quello che Berlinguer chiamava “realismo storico e politico”. Enrico invece no, spesso -anzi spessissimo – ha detto quello che la base del PCI non avrebbe voluto sentire dal suo segretario. Lo strappo con l’Urss e le aperture a Moro e alla Democrazia Cristiana gli procurarono non poche critiche. In un’intervista concessa a Pansa nel 1976, Berlinguer definì la Nato e il Patto Atlantico: “uno scudo utile per la costruzione del socialismo nella libertà, un motivo di stabilità sul piano geopolitico ed un fattore di sicurezza per l’Italia”. Immaginatevi le reazioni a queste parole nelle sezioni del Partito! Ma Berlinguer era uno statista e agli statisti non stanno a cuore i movimenti di pancia del popolo. Andò contro tutti, andò contro i suoi (che spesso lo osteggiavano più degli avversari), guidò il Partito Comunista controcorrente e alla fine il partito lo seguì, fino all’ultimo, fino a Piazza San Giovanni quel 13 giugno.

Forse fu proprio questo andare controcorrente a renderlo un grande, un uomo che oggi ricordiamo a trent’anni dalla sua scomparsa. Sì, ha ragione Staino, fu un grande perché non diede mai ascolto a Bobo.

GUARDA LA VIGNETTA DI STAINO SUI FUNERALI DI BERLINGUER

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