Europa al voto. Tra scetticismo e astensionismo, torna a brillare Cenerentola Italia

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di Emiliana De Santis

Con un’affluenza leggermente sopra le aspettative – 43,11 rispetto al 43% registrato nel 2009 – e risultati invece molto sotto quelle stesse aspettative, circa 215 milioni di cittadini europei si sono recati alle urne lo scorso 25 maggio per eleggere i 751 membri del Parlamento. E, indirettamente, il Presidente della Commissione visto che è proprio in base ai risultati delle elezioni parlamentari che viene nominato il presidente dell’organo più influente e più intergovernativo dell’Unione.

La campagna elettorale non ha brillato né per lunghezza né per spirito europeista. Gli stessi candidati al seggio di Manuel Barroso, si sono presentati agli esigui e poco mediatici dibattiti tv senza slogan né fanfare ma del tutto consapevoli dei problemi che attanagliano il vecchio continente. Più duro Jean Claude Junker, candidato del Ppe, il gruppo europeo che raccoglie i partiti di destra e  liberali, “Non voglio l’Europa che sogna”, attendista Martin Schulz del Pse, partito socialista europeo, attento più a evitare lo scontro che ad addentrarsi sui contenuti. L’outsider Guy Verhofstadt, ex premier belga liberale e federalista ha rivendicato invece un’Europa degli Stati e con meno potere per Berlino e Parigi.

Contrariamente al comune sentire non sfondano gli euroscettici che saranno anche partiti alla conquista della Bastiglia ma quasi sicuramente non andranno oltre la Manica né tanto meno prenderanno il Belgio, il piccolo Regno cuscinetto creato da Napoleone per controllare l’Europa ed oggi cuore di quel sogno svilito e arrancante che pure continua ad albergare nella mente di chi domenica scorsa ha rinunciato alla spiaggia per andare a votare. Alle formazioni di Marie Le Pen, Nigel Farage, Matteo Salvini e Beppe Grillo, compresa qualche seggiola di estreme tedesche ed est europee, non toccheranno più di 70 seggi, meno di un decimo di tutto l’emiciclo che certo disturba ma poco influisce sulle due grandi coalizioni Ppe e Pse. Queste ultime probabilmente costrette ad allearsi per la formazione della nuova Commissione Europea e le nomine del presidente del Consiglio Europeo e dell’alto rappresentante per gli affari esteri che si svolgeranno in autunno. Popolari in calo e socialisti in ascesa ma non ancora così forti da riuscire nel sorpasso, dovranno infatti fare i conti con le reciproche diffidenze e con un’opposizione che si preannuncia battagliera se pur esigua nel numero.

La vera forza da tenere sotto controllo è il Front Nationale di Marie Le Pen, che ha colto nel segno del rinnovamento, parlando ai francesi feriti, quelli che non perdonano dagli scandali sentimentali e politici né tantomeno rinunciano al tipico irritante senso di orgoglio che li rende famosi e detestati oltralpe. Lo UK Indipendence Party dell’ex agente di Borsa Nigel Farage non ha basi altrettanto solide poiché ha improntato la campagna sui soli temi dell’immigrazione e dell’eccessiva integrazione e non ha una presenza territoriale così forte e capillare da riuscire a sopravvivere ad un sistema elettorale votato al bipolarismo e che a mala pena include i liberali quale ago della bilancia. Cresce in Italia la Lega di Salvini, che ha guadagnato rispetto all’ultima tornata elettorale oltre 2 punti grazie allo svecchiamento e al ritorno alle origini del movimento. Discorso a parte per Grillo che manderà a Bruxelles 17 delegati si spera accompagnati da proposte e non da megafoni e forconi. Svuotata da un voto più tradizionale del previsto la fronda antieuropea di Alternative fur Deutchland.

Tengono i cristiano popolari della Merkel, cuore pulsante di una costruzione che in molti la accusano di demolire e che invece da lei non prescinde e non si scolla. In netta controtendenza l’Italia, fino a ieri fanalino di coda, oggi osannata anche dal Financial Times e dall’agenzia di rating Fitch che migliora sia il rating sia l’outlook all’indomani del voto. Sembra quindi che la prima telefonata estera a Renzi sia stata proprio quella della Cancelliera di Ferro, che ha voluto così omaggiare il partito che nel Parlamento Europeo detiene ad oggi la maggioranza dei seggi. Ebbene si, quell’Europa per cui fino a ieri eravamo mascalzoni, inconcludenti, instabili e fanfaroni, oggi pare quasi non poter fare a meno di noi né tantomeno della Grecia, Paese pesantemente afflitto dalle strategie di risanamento dettate dalla Troika eppure l’unico dove la rinegoziazione dei Trattati viene portata avanti da forze di sinistra e non da estreme xenofobe e integraliste. Si, proprio dell’Italia, lo stesso Stato che negli ultimi anni ha accumulato con Bruxelles ben 103 contenziosi e che vorrebbe designare come commissario quel Carlo Padoan che da ministro dell’Economia ha intenzione di sforare i parametri di Copenhagen sul debito per rilanciare una strategia di crescita in deficit.

Da non sottovalutare infine, più dell’onda destrofila di rigurgito europeista di Francia e Gran Bretagna, le tendenze euroscettiche di Paesi come Repubblica Ceca e Ungheria che a solo una decade dall’ingresso in Europa vedono crescere di buon livello partiti e formazioni euroscettiche di diversa natura, sintomo di un tipo di integrazione che ha fallito nel dare un modello alternativo ai Paesi dell’ex anclave sovietica, mostrando solo il rigore dei parametri invece che lo spirito – ammesso ne alberghi veramente uno – di solidarietà, civiltà e benessere collettivo.

Foto di European Parliament

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