Locke – Un thriller adrenalinico tutto basato sulla potenza espressiva della parola

di Annalisa Gambino

Arriva nelle sale cinematografiche italiane Locke, una delle principali rivelazioni della scorsa mostra del cinema di Venezia.

Il regista Steven Knight realizza un avvincente thriller interamente ambientato nell’abitacolo di una macchina. Locke, è un dramma da camera che si regge esclusivamente sulla presenza scenica di Tom Hardy che guida da Birmingham verso Londra. Grazie alla fluidità della sceneggiatura, lo spettatore rimane incollato allo schermo e vive insieme al protagonista il peso delle conseguenze delle sue   scelte, delle sue azione e dei suoi errori.

Il viaggio del protagonista non scaturisce puramente da uno spostamento fisico ma da un percorso morale ed edificante che è chiamato ad intraprendere. L’azione della vicenda parte, infatti, dalla decisione di Ivan Locke di non tornare a casa dalla famiglia che lo aspetta per guardare la partita ma di raggiungere una donna quasi sconosciuta e sola dalla quale aspetta un figlio.

Il cellulare di Locke non smette per un minuto di squillare e ogni chiamata è una questione da risolvere, una prova da superare. Dall’altro capo del ricevitore una coralità di voci che si alternano. Dalle parole della moglie, dei figli e dei colleghi capiamo che Ivan è un padre esemplare, un marito presente e un lavoratore serio e affidabile. A stravolgere l’apparente stabilità dell’uomo è la voce singhiozzante di una donna che trasforma il viaggio di Locke in una lunga confessione che comprometterà irrimediabilmente la sua vita.

Quella di Knight, già sceneggiatore di Cronenberg, è stata una scelta coraggiosa: l’idea di ambientare tutti gli 85 minuti della pellicola in un unico spazio e per di più con un solo personaggio è un’arma a doppio taglio. Se per alcuni aspetti risulta una scelta geniale ed economicamente vantaggiosa, dall’altra c’è il rischio di trasformare il film in un flop clamoroso.

Alla riduzione dello spazio, corrisponde il contenimento della mimica dello straordinario Tom Hardy. I silenzi, gli sguardi e i non detti dell’attore mettono ancora di più in risalto il suo sconvolgimento interiore. È un dramma esistenziale spogliato di ogni elemento superfluo e ridotto all’essenziale. Inoltre, la musica avvolgente di Dickon Hinchliffe, il buio, le luci delle macchine e dei lampioni contribuiscono a caricare l’atmosfera di un malinconico e inglobante senso di sospensione.

Steven Knight, al suo secondo lungometraggio, realizza un film che sfiora la perfezione, un cinema di sottrazione che trova il giusto equilibrio tra il minimalismo della scenografia e la complessità dello sviluppo narrativo grazie alla potenza esclusiva della parola e del suo talentuoso protagonista.

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