“I Pensionati” inguaiano Cota. Il Tar annulla il voto in Piemonte dopo 4 anni

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di Fabio Grandinetti

Immaginate che a dieci minuti dalla fine di una partita di calcio l’arbitro interrompa il gioco e ordini la ripetizione dell’incontro per un’irregolarità nella consegna delle distinte di gara. La metafora calcistica, fin troppo abusata nel nostro Paese, anche stavolta rende al meglio. Non si placherà facilmente la bufera scatenata dalla sentenza del Tar del Piemonte che ha annullato le elezioni regionali del 2010 accogliendo il ricorso presentato dal candidato di centrosinistra Mercedes Bresso all’indomani del voto. Nella fattispecie il ricorso riguardava le firme false presentate per la lista “Pensionati per Cota” di Michele Giovine. La sentenza di annullamento della proclamazione degli eletti da parte del giudice amministrativo è immediatamente esecutiva e porta alla decadenza della giunta regionale e alla sospensione di tutte le attività esecutive in corso.

Una decisione attesa, fin da troppo tempo. Esistono dei precedenti piuttosto recenti. Riguardano le regionali in Molise del 2000, quelle in Abruzzo dello stesso anno e le elezioni comunali a Messina del 2005. In tutti questi casi, però, le sentenze del giudice amministrativo sono giunte a due anni di distanza al massimo dal voto contestato. Quella di qualche ora fa, invece, è giunta a 3 anni e 9 mesi da quando, il 29 marzo 2010, Roberto Cota venne proclamato, a questo punto illegittimamente, governatore del Piemonte.

Le reazioni politiche, quelle no, non hanno tardato ad arrivare. «Tremi chi tocca la Lega» ha tuonato il segretario Salvini, «La sentenza del Tar è un golpe» ha dichiarato Cota. I due, assieme a Zaia e Borghezio, hanno guidato il migliaio di persone che hanno sfilato nel corteo di sabato a Torino con in testa lo striscione «Giù le mani dal Piemonte». A colorare la fiaccolata sono giunti i cori di insulto verso la Bresso, Chiamparino, i giudici e i comunisti, fino al rogo di una bandiera del Pd. Una sfilata in difesa della democrazia minacciata dalla magistratura. Un copione già visto.

Eppure stavolta ai leghisti “incazzati” non si può negare un filo di comprensione. Non è nel merito che la sentenza del Tar va criticata. Sono fin troppi i giuristi improvvisati. Ma i tempi, quelli sì, sono inaccettabili. Il Tribunale amministrativo de Il Cairo lo scorso 6 marzo annullò le elezioni politiche previste per il successivo 22 aprile perché la Corte costituzionale doveva valutare la compatibilità della nuova legge elettorale prima che gli elettori si recassero alle urne. Da noi, invece, una sentenza per un contenzioso elettorale, che proprio per la sua materia di carattere impellente richiederebbe tempi più che mai rapidi, giunge a quasi quattro anni dalla presentazione del ricorso, interrompendo la programmazione governativa nel pieno del proprio svolgimento.

Dal punto di vista politico, inoltre, se tra circa due mesi il Consiglio di Stato al quale la Regione Piemonte ha presentato ricorso dovesse confermare la decisione assunta dal Tar, verrebbero indette nuove elezioni con soli 6 mesi di anticipo rispetto alla naturale scadenza della legislatura. Sergio Chiamparino, che ha già ricevuto la benedizione di Renzi come candidato del centrosinistra alle prossime elezioni piemontesi, si troverà di fronte uno schieramento che, con o senza Cota, potrà disporre di un’arma da campagna elettorale estremamente efficace. Più che il buon governo, la Lega e i suoi alleati sventoleranno con vigore la bandiera dei perseguitati politici, degli amministratori interrotti nello svolgimento delle proprie funzioni da un golpe giudiziario, oscurando con facilità le indagini sui rimborsi dei gruppi regionali e sulla sanità piemontese. La sentenza del Tar è arrivata. Meglio mai che tardi.

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