La crisi Ucraina e le verità nascoste

di Arianna Catti De Gasperi

Niente accordo di associazione tra Ucraina e Ue. Questo è quello che succedeva più di una settimana fa ed è quello che sta portando ad una nuova “rivoluzione ucraina”. 

Appena una settimana prima del summit di Vilnius, in Lituania, in cui era prevista la firma dell’intesa fra Ue ed Ucraina, è arrivata la risposta negativa del Parlamento ucraino sulla liberazione della leader dell’opposizione, in carcere da molto tempo, Iulia Timoshenko – per l’Ue conditio-sine-qua-non per la firma dell’intesa – e poi l’annuncio del governo di Kiev di voler sospendere la preparazione dell’accordo con l’Ue per “assicurare la sicurezza nazionale” e “rilanciare i rapporti economici con la Russia”.

Ma perché questo no secco dopo mesi di trattative? La risposta può essere letta fra le righe delle parole del Premier Russo Dmitri Medvedev, che in un’intervista televisiva spiega: “La Russia non è indifferente a quello che succede. Inoltre, l’Ucraina è un partner commerciale importante per noi, come noi per l’Ucraina”. E ancora: “Non siamo contrari all’integrazione di Kiev con qualcuno, ma devono calcolare a cosa porterà. I nostri partner ucraini hanno valutato e capito che in questo momento non sono pronti e quindi non hanno firmato l’accordo. Quella di oggi è una situazione difficile”.

Putin, infatti, per bloccare l’accordo Ue-Ucraina ha minacciato ripercussioni economiche: chiudendo le frontiere ai prodotti ucraini per una settimana ad agosto, bloccando le importazioni di cioccolata e merendine dell’importante azienda ucraina Roshen e ritirando fuori un debito di Kiev per le forniture di gas. Nonostante stia cercando di rendersi quanto più autonoma possibile, l’Ucraina dipende ancora molto dalla Russia sotto il profilo energetico e il gas rimane la miglior arma che Mosca ha in mano per ricattare Kiev.

Così il presidente Viktor Yanukovych ha preferito sospendere l’accordo di associazione con l’Unione europea e concentrarsi sul rafforzamento dei rapporti con la Russia. Va detto, però, che il presidente ucraino, già in passato, aveva manifestato qualche dubbio riguardo l’alleanza con l’Ue. Posizioni che avevano portato la popolazione in piazza il 21 Novembre sperando che ciò avrebbe fatto cambiare idea al governo: “vane speranze” vengono chiamate.

Ovviamente la sua decisione ha scatenato proteste a Kiev nella Piazza d’Indipendenza (Maidan Nezalezhnosti), e non solo, dove oltre 10mila manifestanti sono scesi in piazza.

Anche a Roma – sebbene pochi ne siano a conoscenza – ci sono state manifestazioni. La direttrice del Gazeta Ukrainska (il giornale per gli Ucraini a Roma), Marianna Soronevych, ha organizzato il 28 Novembre una manifestazione sotto l’Ambasciata Ucraina. Circa un centinaio di persone si sono riunite per essere ascoltate dall’ambasciatore, ma né lui, né un suo portavoce si sono fatti avanti. Soronevych quindi ha fatto firmare un foglio di petizione che ha poi lasciato all’ambasciata. Mossa di poca importanza, ma quando il tuo stesso governo non si degna di mostrarsi c’è ben poco da fare.

Ovviamente le manifestazioni da parte degli ucraini non si sono svolte solo nella capitale italiana, ma anche negli altri centri principali come Milano e Bologna, seppur con risultati simili a Roma.

Nonostante questo però la gente, specialmente i giovani, continuano a pensare che un futuro verso l’Unione Europea sia preferibile. Come sostiene una ragazza ucraina: “Abbiamo un legame passato con la Russia, ma ora dobbiamo andare avanti.”

Le proteste di Kiev si sono ben presto trasformate da fuochi fatui ad incendi veri e propri: la notte del 30 novembre, infatti, alle 4 della mattina la milizia ucraina si è fatta largo tra le tende dei manifestanti, scacciandoli a suon di botte e manganellate – rivolte anche a ragazze e giovani.

Commoventi le parole di una giovane ucraina che così commenta quella infame notte: “Quando ho visto i video di ciò che stava accadendo non ho potuto fare a meno di piangere.” Solo quella notte, infatti, ben 7 persone sono finite in ospedale e 30 portate via dalla polizia.

Lo scontro in piazza è passato anche sul web e nei social network, ribollenti in questi giorni, in ucraino, in russo e anche in inglese per farsi capire dal resto del mondo. L’hastag #евромайдан , la “europiazza” del Maidan Nezalezhnosti, il centro di Kiev dove si era consumata la rivoluzione arancione e che ora è occupata dalla protesta che attende ancora il suo nome nei manuali di storia, trionfa nei trend del Twitter ucraino e russo. Ma anche Facebook si è fatto avanti con le pagine EuroMaidan e EuroMaidanSOS.

Triste, ma nei social network sono molti gli annunci di persone scomparse dopo la notte del 30 novembre e pochi giorni fa, dal governo ucraino è arrivata una richiesta ai presidi di università e scuole di una lista riportante i nomi degli studenti che hanno partecipato alla protesta.

Tutte le intimidazioni e minacce però non demoralizzano gli ucraini che “sono talmente stanchi del proprio governo, che non hanno più paura.”

Nessuno vuole rinunciare alla propria libertà: per questo sul sito ufficiale del governo degli Stati Uniti è apparsa una petizione con l’obbligo di imporre sanzioni contro il presidente Viktor Yanukovich e il Consiglio dei ministri dell’Ucraina per l’abolizione del processo di integrazione europea, tra cui il divieto di ingresso negli Stati Uniti e l’Unione europea, così come il congelamento dei conti bancari delle società collegate. Se la petizione raggiungerà i 100000 voti nei 30 giorni, sarà esaminta dalla Casa Bianca e sarà prodotta formale risposta.

La speranza è quindi ancora accesa nei cuori degli ucraini, così come in quelli di tutti coloro che credono nella libertà e nei diritti umani.

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