(IN)VISIBLE CITIES : “Noi stessi siamo migranti, chi non lo è?”

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di Eloisa De Felice

Immigrazione. Parola piena di speranze. Ma anche tanti, troppi, orrori. Ma non dimentichiamolo: tutto ciò sulla pelle delle persone. E poi ci sono i media che di confusione, anche etimologica, ne fanno. E come se ne fanno. Infinite risultano, infatti, le contraddizioni che si possono mettere in fila su questo controverso tema.

Beatrice Kabutakapua e Giampaolo Bucci, rispettivamente giornalista e filmaker, hanno realizzato un documentario dal titolo: (IN)VISIBLE CITIES (www.invisiblecities.us) Uno sguardo sulla diaspora africana nei cinque continenti. La proposta: un metodo di ricerca giornalistica basato sulla persona e non sugli stereotipi. Li abbiamo incontrati per approfondire e capire un po’ meglio il loro lavoro e questo diverso punto di vista.

Da dove e perché l’idea-necessità di realizzare (IN)VISIBLE CITIES?

(IN)VISIBLE CITIES nasce da alcune ricerche giornalistiche condotte in diverse città europee dove dei quartieri ospitano per la maggior parte, migranti africani. L’idea nasce anche dalla voglia di raccontare la migrazione in modo diverso dallo stile pietista e sommario di molti media. Dal punto di vista della pratica, abbiamo deciso di parlare di migranti in modo diverso: raccontiamo le loro storie più da vicino ma senza essere invasivi. Instaurando un rapporto di fiducia. Noi stessi siamo migranti, chi non lo è? E questo ci aiuta a relazionarci in modo empatico.

 Quanto tempo e quali i luoghi per la realizzazione?

Sono 13 le città che abbiamo scelto per la serie documentaristica: una città per episodio. Restiamo, in ogni quartiere, per almeno due mesi. A marzo abbiamo girato e intervistato persone a Butetwon, il più antico quartiere multiculturale del Regno Unito e parte della città di Cardiff. Poi ci siamo spostati in America e abbiamo fatto ricerche e interviste a Los Angeles e New York, passando da Houston, New Orleans e Chicago. Ora stiamo cercando di definire la tappa italiana prima di spostarci a Istanbul.

Potete darci qualche dato che non è solito salire alla ribalta dei mass media?

Più che dati abbiamo riscoperto pezzi di storia e diversi tipi razzismo in base ai paesi in cui i migranti Africani si stabilizzano. Ad esempio pochi sanno che Los Angeles, quando nell’800 era sotto il dominio messicano, ha avuto sindaci Africani. In America la migrazione è più recente, molti migranti sono arrivati con un visto da studenti o sono stati portati da un’agenzia americana per la protezione dei rifugiati. Invece in Europa le migrazioni Africane non sono numerose come sembrano, molti infatti tendono a spostarsi nel proprio continente d’origine.

Potete raccontarci un momento e/o una emozione che proprio non vi aspettavate durante la lavorazione?

Un momento che ricorderemo sempre con affetto è avvenuto a Houston. Avevamo preso in affitto una stanza da una coppia che la sera ci cantava, con tanto di mandolino, That’s Amore. Ci hanno parlato di una comunità liberiana che andava spesso nella loro chiesa. Abbiamo incontrato tre nonnine che abitavano in un complesso di condomini: ci hanno raccontato le loro storie -molte avevano perso i mariti- ci hanno fatto vedere quello che mangiano e si sono vestite a festa per essere riprese. È stato un pomeriggio commovente e che rimarrà sempre nei nostri cuori.

Quale, in poche parole, la proposta contenuta nel vostro documentario?

L’obiettivo di (IN)VISIBLE CITIES è di rappresentare le comunità africane da vicino, stabilendo contatti sinceri. Da un lato vogliamo far conoscere queste comunità per sconfiggere i pregiudizi e la paura che gli autoctoni hanno. Dall’altro vogliamo proporre un nuovo modo di parlare di migranti: senza idee preconfezionate. Un poeta che abbiamo incontrato a Cardiff ha scritto che il nostro documentario è “un abbraccio stretto alla realtà.”

Lo scorso 2 dicembre il vostro documentario è stato ufficialmente presentato in Italia, presso la città di Frascati, nei Castelli Romani. Quale la reazione del pubblico?

La reazione è stata favolosa! Prima della proiezione abbiamo creato un dibattito sui media e su come rappresentano i migranti. L’incontro faceva parte del percorso formativo della scuola politica dei Castelli Romani, Koinè. Abbiamo avuto feedbacks positivi non solo per il documentario, ma anche per la tematica che sembra interessare e riguardare molti. Adesso proporremo un evento di una giornata, per espandere il discorso su media e interculturalità, in collaborazione con Tam Tam D’Afrique Onlus, presso l’American University of Rome, il prossimo 7 dicembre.

Quali le prossime tappe? E quali le aspettative?

La prossima primavera andremo a Istanbul, nel frattempo vogliamo trovare la città Italiana dove girare e stiamo chiedendo consigli a diverse associazioni. Faremo anche altre proiezioni a Milano e forse Lanuvio. Il prossimo anno siamo stati invitati dalla UCLA, università di Los Angeles, a passare un semestre nel dipartimento di studi africani per fare delle ricerche. La cosa principale al momento però è ricercare fondi: fin’ora il progetto è stato autofinanziato, ma le prossime tappe sono piuttosto impegnative. Lanceremo un crowdfunding in questo mese o nel mese di gennaio, ma guardiamo anche ad altre opportunità.

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