Una giornata contro la violenza sulle donne (non basta)

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di Mariacristina Giovannini

Centotrenta. È il numero delle donne uccise in Italia nel 2013, un numero a tre cifre, che rende tutti noi davvero minuscoli. Impotenti davanti a una guerra combattuta ad armi impari, con il nemico nascosto in casa, all’ombra di una cultura patriarcale, al sicuro.

In questo 25 novembre – Giornata internazionale contro la violenza sulle donne – sono molte le parole che non vogliamo più sentire: gelosia, raptus, follia omicida, impeto, passione, amore criminale.

Diciamo tutti insieme: femminicidio. Ma non è ancora abbastanza, perché ogni definizione resta inadeguata. E allora cerchiamole insieme le parole giuste da dire, per attivare le coscienze, la società civile, le donne e gli uomini che ne fanno parte, l’infanzia che ne sarà responsabile domani.

Non basta aver firmato la Convezione di Istanbul, non bastano le leggi vecchie e nuove. Non servono le magliette con la scritta “no al femminicidio” e non cambiano nulla i concerti di beneficienza. Non servono i talk-show con vittime e carnefici ben truccati e in primo piano.

Non serve una Giornata contro la violenza sulle donne, passerella glamour per i politici, i mestieranti, gli uomini e le donne di spettacolo. Non serve un 25 novembre a riflettori accesi, se gli altri trecentosessantaquattro giorni passano, invece, al buio.

Immaginiamo allora un grande black-out. E poi una piccola luce, e un’altra, e un’altra ancora. Mettiamo insieme le buone pratiche che attraversano il nostro Paese, da Milano a Palermo. E cerchiamo di capire cosa funziona, su cosa puntare, per un reale contrasto alla violenza sulle donne.

Mettiamo insieme l’esperienza e il lavoro invisibile dei centri antiviolenza, dei consultori, dei punti di ascolto, delle associazioni, delle cooperative, delle singole donne, e anche di molti uomini, quotidianamente impegnati nella tutela dei diritti umani di genere.

Teniamoci stretti tutto questo, e iniziamo a gridare forte. Perché chi ci governa non si prenda più gioco di noi, perché non si percorra la strada più breve, perché il corpo delle donne non sia più oggetto di strumentalizzazioni, perché sia chiaro che la violenza di genere non si combatte a colpi  di “pacchetti sicurezza”.

Approfittiamo pure dei riflettori per gridarlo il 25 novembre, ma non dimentichiamoci di accendere ogni giorno una piccola luce, impegnandoci personalmente perché il nostro sia davvero un Paese per tutti.

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