La mafia che ammazza i bambini: la storia di Gioacchino Costanzo

E come tutte le più belle cose
vivesti solo un giorno, come le rose.
La canzone di Marinella, F. De Andrè.

 di Marta Silvestre

Anche i bambini muoiono di mafia.

Gioacchino Costanzo è un bambino di Somma Vesuviana, ha due anni, lunghi boccoli biondi, un orecchino al lobo sinistro, due grandi occhi verdi. E’ figlio di un operaio che lavora in Toscana e di una donna minuta, Maria Prosperi che, avendo gli operai in casa per lavori di ristrutturazione, decide di affidarlo momentaneamente a sua madre.

Questo bimbo, bello e vivace, il 15 novembre del 1995 viene ammazzato come il peggiore dei boss, fulminato da una pallottola che gli squarcia la guancia e gli si conficca nel cervello, uccidendolo all’istante. Alle 10.30 di quella soleggiata mattina i suoi grandi occhi verdi  rimangono aperti, spalancati e la tutina bianca che ha indosso si macchia del suo stesso sangue.

Il bambino si trovava insieme a Giuseppe Averaimo, camorrista e compagno della nonna Rosa, anch’egli rimasto ucciso nell’agguato. Quest’ultimo spesso portava il bambino con sé, nella station wagon che parcheggiava al solito incrocio strategico per vendere sigarette di contrabbando. Forse era piacevole per lui passare i tempi morti a giocare con il bambino, o forse pensava che con il bambino nel sedile accanto sarebbe stato al sicuro dai suoi nemici.

Invece, i colpi dei killer non si curano di risparmiare nemmeno quei lunghi boccoli biondi, quei grandi occhi verdi, quella tutina bianca.

Pochi secondi, tantissimi colpi esplosi e poi via a tutta velocità fra una folla di testimoni ciechi e sordi che escono dal loro mutismo solo per mantenere fede all’omertà, dicendo di non aver visto né sentito nulla di insolito.

In ospedale arrivano due donne disperate: Maria, che canta una funebre ninna nanna struggente davanti al piccolo corpo inerme di suo figlio, semicoperto da un lenzuolo bianco; poi resta muta e senza forze davanti alla ferita sulla guancia, coperta da un grosso cerotto. E Rosa Esposito, nonna del bambino e convivente di Averaimo, che, furiosa, lascia trasparire sul suo volto soltanto rabbia e rancore. Dagli inquirenti viene considerata una dura ‘femmina d’onore’, abituata a vivere in un clima di violenza e in un ambiente inquinato dove tutto ciò che è illecito rappresenta una costante.

Entrambe le donne vengono convocate in caserma, ma non dicono nulla di utile alle indagini. Maria si accascia su una poltrona, si copre il volto con un sacco di cellophane nero e continua a piangere; Rosa insulta e maledice i killer.

Chissà chi sarebbe diventato Gioacchino se non fosse stato un germoglio reciso… Chissà cosa avrebbe potuto costruire nel corso della sua vita non vissuta. L’idea di morire per mano mafiosa senza avere nemmeno vissuto è insopportabile.

La piaga della mafia si rivela, così, nella sua essenza di offesa all’umanità tutta.

Episodi come questo dimostrano che non esiste un’etica mafiosa: a dispetto della presunta regola “la mafia non tocca i bambini” che risulta essere solo un vuoto stereotipo, le vittime giovani e giovanissime sono un numero che disgusta e indigna.

I bambini sono, per antonomasia, i soggetti più fragili, le vittime innocenti più innocenti; a loro spetterebbero maggiori tutele e, invece, anche quando dalle mafie non sono brutalmente uccisi, vengono comunque sfruttati, costretti al lavoro forzato, alla prostituzione, al crimine, perfino a divenire soldatini nelle guerre fra varie bande. Vengono troppo spesso trattati con minor riguardo delle merci.

Nel giardino di una scuola di Amburgo in cui i nazisti uccisero venti bambini c’è una lapide con scritto “qui sosta in silenzio, ma quando ti allontani parla”.

 

 

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