Motherhood in Childhood: un rapporto sul fenomeno delle madri bambine

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di Mariacristina Giovannini

Kamal ha 16 anni e non ha mai perso un giorno di scuola, le piace moltissimo studiare. Poi, i genitori la offrono a un uomo, in cambio di una moglie per suo fratello. Spera che il marito le permetta di concludere gli studi. Invece resta incinta prima di compiere 17 anni.

Marielle ha 12 anni quando i genitori la concedono in sposa. A 13 anni arriva il primo figlio. I suoi fratelli frequentano ancora la scuola. Lei non può, e non ha mai potuto.

Kanas vive in Etiopia, e non ricorda. È stata data a suo marito quando era bambina, non può sapere esattamente quando. Semplicemente, drammaticamente. Era davvero troppo piccola per ricordare.

Kamal, Marielle, Kanas, ma anche Tarisai, Lida, Tonette. Sono le madri bambine di cui parla il rapporto “Motherhood in Childhood” presentato a Kabul dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione.

Ogni giorno 20mila ragazze sotto i 18 anni diventano madri. Nel 95% dei casi queste giovanissime vivono in un Paese in via di sviluppo, principalmente in aree rurali. Molte di loro hanno un figlio prima dei 14 anni e incappano in tutte le conseguenze – immediate e di lungo termine – che una gravidanza prematura comporta: dall’altissimo tasso di mortalità all’emarginazione psicologica e sociale all’interno di contesti molto spesso già pesantemente compromessi e marginali.

Per milioni di madri bambine la gravidanza altera il corso di un’intera vita, alimentando un circuito di povertà ed esclusione e, di fatto, disperdendo l’enorme potenziale femminile all’interno della comunità di appartenenza.

Ogni anno 70mila adolescenti non ce la fanno e muoiono per complicazioni legate alla gravidanza o al parto. Altre ragazze, oltre 3milioni, sono invece costrette ad aborti clandestini o comunque praticati senza il rispetto delle basilari norme sanitarie per la salvaguardia della salute.

Per gran parte delle giovani sotto i 18 anni, e ancora di più sotto i 15 anni, la gravidanza non è il risultato di una decisione consapevole. Al contrario è frutto di una mancanza di scelta, di alternativa, che riflette la condizione di povertà, debolezza e pressione subita, agita dalle famiglie, dai partner e, in senso più esteso, dalle comunità di appartenenza. In molti casi, la gravidanza è frutto di costrizioni, o di violenza sessuale. Spesso di un matrimonio combinato. Sempre, comunque, è conseguenza di una violazione dei diritti umani.

Sono molti i poteri che cospirano contro le giovani donne. La sfida globale lanciata dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione punta a ridurre la vulnerabilità delle bambine a partire dai loro bisogni, incrementando la partecipazione alla vita sociale, consentendo di seguire un percorso di formazione compiuto, eliminando la pratica dei matrimoni al di sotto dei 18 anni, radicatissima nei Paesi in via di sviluppo – globalmente oltre 67 milioni di casi – e ancora di più in Ciad e Niger, dove si registra la più alta percentuale al mondo di matrimoni con spose bambine.

Phoebe vive in Uganda e ha avuto un figlio a 17 anni. Ora, a 20 anni, ha completato gli studi per diventare insegnante. Vuole parlare di questo argomento a scuola, ad altre ragazze, perché non vivano la sua stessa situazione.

Per aiutare Phoebe e tutte le donne che, bambine, si trovano ad allevare un bambino sono molte le strategie da metter in campo. Governi, comunità, scuola e famiglie sono chiamati a cooperare per il contrasto alla diseguaglianza di genere, alla discriminazione e alla mancanza di accesso ai servizi per il perseguimento di uno sviluppo equo e, per ogni ragazza, di un percorso di consapevolezza, di crescita e di libera definizione del proprio potenziale.

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