“Arafat è stato avvelenato” ma l’informazione italiana non se ne accorge

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di Azzurra Petrungaro

Yasser Arafat, Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese muore a Parigi l’11 novembre 2004. Circa un mese prima le sue condizioni di salute, buone per i suoi 75 anni, vengono destabilizzate al sorgere di forti disturbi comparsi in seguito a un banale pasto. L’aggravamento della situazione porta al suo trasferimento nell’ospedale militare di Percy il 29 ottobre. Dopo nemmeno due settimane dal ricovero il dottor Christian Estripeau ne rende nota la morte. Non viene autorizzata nessuna autopsia e un alone di mistero circonda l’intera faccenda lasciando spazio a ipotesi di complotto e congetture.

In questi giorni al Jazeera riporta la notizia di un probabile avvelenamento di Arafat da polonio 210, dopo essere venuta in possesso del rapporto stilato dall’Università di Losanna. Il Centro Universitario di Medicina Legale della città svizzera è stato infatti incaricato nel 2012 dall’Autorità Nazionale Palestinese di indagare sulla morte dell’ex leader dell’Olp e per questo si è proceduto con la riesumazione della salma, sulla quale sarebbe stata riscontrata la presenza di un elevato livello di polonio radioattivo nella zona del bacino.

Se le notizie riportate dalla TV araba fossero confermate, ci troveremmo di fronte a un omicidio politico e non resterebbe che indagare per scovare mandante e autore materiale. Israele intanto, smentisce ogni tipo di coinvolgimento e rilancia l’accusa ai collaboratori vicini ad Arafat. L’isotopo radioattivo sarà utilizzato senza alcun dubbio due anni dopo la morte di Arafat, per uccidere l’ex colonnello del Kgb Alexandr Litvinenko, in seguito alla sua denuncia dei piani ceceni. Litvinenko muore a Londra il 23 novembre 2006, dopo essere stato avvelenato in un Sushi bar il primo dello stesso mese.

Potremmo essere di fronte a un assassinio politico di interesse mondiale, che potrebbe riverberarsi su precari equilibri dell’area del Medio Oriente. La rete offre numerose fonti di informazione, articoli dettagliati e collegamenti che aiutano a capire il passato della faccenda. E la TV italiana? Il 6 novembre, giorno in cui gran parte dei quotidiani online ha battuto la notizia, il TG1 tace sull’accaduto. Il giorno successivo, giovedì 7, il TG5 riporta il probabile avvelenamento di Arafat come terza notizia dopo le news dalla BCE e gli arresti alla USL di Caserta, mentre tra i titolo del primo notiziario del servizio pubblico nazionale non compare nessuno accenno sulla notizia rilanciata da al Jazeera.

Ancora una volta la TV, che detiene ancora una grossa porzione di popolarità nel nostro Paese e si conferma spesso unica fonte di informazione per una particolare fascia di utenti, decide di non prestare attenzione alle vicende estere e di oscurarle, come accade di sovente, con l’agenda politica italiana, con notizie dall’alta finanza o con faccende di cronaca nera.

Questo silenzio dei maggiori media italiani in materia di avvenimenti provenienti da altre zone del mondo porta inevitabilmente a un disabituarsi del pubblico alla comprensione di tali vicende e a una seguente diseducazione all’osservazione del mondo attraverso una lente più estesa rispetto alla ristrettezza dei proprio confini nazionali e/o regionali. Inoltre il pregiudizio spesso diffuso nel mondo dell’informazione nostrana, secondo il quale si considera il pubblico televisivo italiano come disinteressato alle vicende estere poiché complicate e distanti dai propri interessi, fornisce un grande alibi agli addetti ai lavori. In quest’ultimo ventennio infatti, l’informazione televisiva ha fatto in modo che gli spettatori abbandonassero l’attitudine critica e si è impegnata nel plasmare un pubblico ideale che passivamente riceve, fagocita e dimentica le notizie nel più breve tempo possibile.

Il lavoro dei media e del servizio pubblico in special modo, dovrebbe invece operare in senso opposto, ovvero organizzare il flusso delle informazioni in base alla loro rilevanza osservata in un’ottica più ampia e trasmetterle fornendo gli strumenti necessari alla loro comprensione. Questa potrebbe essere una delle strade da tentare per non continuare a forgiare un paese ripiegato su se stesso ed estremamente autoreferenziale e per creare invece un’opinione pubblica attenta e interessata, non più incattivita e aggressiva nei confronti di tutto ciò che esula dalla ristretta geografia del proprio giardino.

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