IL PERIMETRO – E’ tempo di migranti

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di Il Perimetro

Viaggiare così, lentamente, per tutto il tuo paese, ti offre moltissimi punti di vista diversi, tanti spunti di riflessione, innumerevoli scorci e paesaggi più o meno incontaminati, antropizzati o distrutti. È difficile riunire tutto questo in un Solo sguardo e forse sarebbe un’operazione perlopiù priva di senso, dal momento che sono proprio le differenze ciò che colpisce di più dell’Italia e che emergono ben aldilà di una unificazione che, in fin dei conti, tende solo ad appiattirle. Riflettere su questo mentre sei ancora in viaggio è più difficile, perché ti ci trovi dentro, fino al midollo di quelle individualità, fino al non percepirle come singolari, ma come dei pianeti che fanno parte ogni volta di galassie diverse, a seconda del punto di vista da cui li guardi: come fossero non dei microcosmi chiusi Ma delle relazioni aperte. Giunti al sud tutto questo si è palesato in tutta la sua auto evidenza in modo disarmante. È ormai risaputo che queste terre sono da sempre approdo di civiltà diverse, luogo di scambio, di incontro e di scontro. Si può giocare a contarle tutte, dai tempi antichi fino a quelli moderni, si può giocare a riconoscerne i tratti sui volti delle persone, un risalendo alle etimologie dei nomi di ogni cittadina. Tutta questa ricchezza di relazioni che ha prodotto oggi “il sud”Sia nel suo concetto che nell’immaginario ma anche nella realtà delle cose, dovrebbe sempre tenere presente che sia fondata su dinamiche di dominazione e quindi di opulenza, di nobiltà, di schiatta e di merci e eserciti. Oggi la questione è più complessa, non solo rispetto alla dominazione ma anche allo straniero. a Lampedusa, in Sicilia, in Puglia, in Calabria arrivano dal mare tantissime persone, da ogni latitudine, che scappano dal proprio paese per rifugiarsi in luoghi più sicuri o più ricchi, o alla ricerca della libertà che, forse, ritengono di trovare dove regna la democrazia. Lungo le statali e le provinciali che percorriamo ci capita di incontrare i CIE, con i loro muri alti sovrastati dal filo spinato. Attorno, gruppi di pakistani, africani, asiatici passeggiano senza voltarsi quando passano le automobili, molti vanno in bicicletta e hanno abiti da lavoro, alcuni indossano dei vestiti che non sembrano affatto occidentali. In altri paesi e cittadine vediamo che alcuni di loro si sono integrati nel tessuto sociale, almeno all’apparenza. Altrove neppure l’apparenza lascia dubbi sulla violenza che scaturisce dalla paura o dall’ignoranza, o da uno stato di cose che non accetta nessuna svolta, figuriamoci una virtuosa. a Riace abbiamo visto come sia possibile ripopolare un paese ormai abbandonato e farlo rivivere nelle tradizioni, creando un nuovo tessuto sociale all’avanguardia che mette insieme le differenze nello spazio e nel tempo. Tutto intorno cella lo crede con il suo Jonio tanto blu che sembra dipinto e le montagne tutte attorno che offrono un paesaggio diverso a ogni tornante, e i fortini della ‘ndrangheta che controllano tutto il territorio. Tranne Riace. La sensazione è quella di stare in una utopia realizzata, soprattutto per quei fori di proiettile su vetro, ricoperto dalle manate sporche di vernice colorata di bambini dalle mille lingue diverse. Sono passati solo pochi giorni da quando siamo stati a Riace, che sbarchiamo in Sicilia. Abbiamo raggiunto il Ragusano non potranno non notare i CIE lungo la strada, gli assembramenti di ragazzi africani nei parchi delle cittadine, le prostitute negli spiazzi. Sulla spiaggia di Sampieri, a sud di Modica, abbiamo deciso di fare un bagno approfittando della giornata ancora estiva e della compagnia di due amici. Stiamo bene lì, pensiamo al futuro, immaginiamo le nostre vite all’interno di grandi progetti da realizzare, ci divertiamo nell’acqua e sulla sabbia. Poche ore dopo, apprendiamo la notizia che su quella stessa spiaggia tredici uomini sono stati portati morti dal mare o dai sommozzatori della polizia. Erano tutti ragazzi venuti da lontano, a cercare lavoro, condizioni di vita migliori, forse addirittura un po’ di speranza. Hanno però trovato traghettatori troppo spietati, che li hanno costretti a gettarsi tra onde troppo alte in quell’elemento sconosciuto da poter affrontare a nuoto: il mare. La notizia ci ha impietriti per diverse ore, gettandoci in un silenzio interrotto talvolta da brevi riflessioni spezzate da domande e dalla rabbia. Ogni spiaggia, ogni metro quadrato di mare che si è trasformato in un cimitero, ormai ha acquistato per noi l’aspetto di Sampieri, dove poche ore prima progettavamo il nostro futuro.

Scontrarti in un modo simile con questa tragedia degli sbarchi è come se ti collegasse direttamente con qualcosa che, per quanto hai sempre sentito vicina, come una tua lotta, hai comunque visto, guardato e commentato dai giornali, dalla radio o dalla televisione. Le distanze si sono improvvisamente e irrimediabilmente accorciate, in modo spietato, tra noi e i migranti. Tornati nel continente, siamo andati a Rosarno. Il ricordo di quella Oasi che è Riace, ormai lontano e abbiamo chiara la consapevolezza che attorno, oltre alla Locri de, c’è un’intera nazione che non ha la più pallida idea di cosa significhi gestire gli sbarchi di migranti, sia dal punto di vista di chi arriva, ma anche dal punto di vista di chi si trova sulle coste di approdo. Giuseppe ci viene a prendere nel luogo dell’appuntamento, con una faccia che lo rende subito riconoscibile, diversa da tutte quelle che abbiamo visto nei pochi minuti di attesa. Già perché Rosarno “Sembra Mogadiscio”, come ci dice lui, mentre affrontiamo un traffico impazzito su strade dissestate tra palazzi grigi in cemento armato, tutti non finiti. La vecchia tendopoli, costruita dalla protezione civile per i migranti, è stata smantellata e bruciata e ora quella nuova sorge poco distante dalla prima. L’aria che si respira è pesante, incute timore e violenza e dopo la prima impressione di un totale caos, capiamo che lì ci sono altre regole, che noi non conosciamo e che se le infrangi, i conti vengono regolati senza troppi giri di parole. In questo contesto Giuseppe con SOS Rosarno sta provando a stabilire un nuovo modo per convivere con i migranti che arrivano lì ogni anno per lavorare. Tutto ruota attorno al lavoro, che non solo è quello che cercano degli africani arrivati lì, ma è anche quello dei calabresi che li sono nati e cresciuti. Il lavoro, dunque, come veicolo di emancipazione sociale e umana, che non preveda sfruttamento né dell’altro uomo, né della terra. Trascorriamo la serata in campagna, in una cena dalla tavolata lunghissima e colorata: capelli neri, pelle bianca, vestiti sgargianti, capelli bianchi, pelle scura. Mangiamo ‘nduja (tipico salume calabrese) e Yassa (tipico piatto senegalese), suoniamo i bonghi che accompagnano la fisarmonica ed è commovente quel modo di stare insieme, soprattutto dopo la tensione di poche ore prima tra le vie di Rosarno. Ci rendiamo sempre più conto di come le difficoltà nello stabilire una relazione con stranieri, che non vengono a portare fruscianti banconote da spendere e spandere, alimentando lo sfruttamento delle risorse, sia dovuta all’asservimento delle menti occidentali al profitto e a un immaginario medievale. Rosarno, che ormai è diventato un nome comune per intendere “città caotica e degradata, violenta e inavvicinabile”, racchiude in sé un nocciolo di umanità rara e ancestrale, un modo di stare insieme che si basa sulla comprensione del bisogno originario di lavorare, che è quello di trasformare il mondo attorno a te, non quello di distruggerlo.

A fine lavoro, poi, si mangia insieme e si canta e si suona, perché così si scandisce il tempo, su ritmi diversi che si armonizzano in un canto di libertà. Sì, questo, proprio questo, lo abbiamo visto e vissuto a Rosarno, che è una città con precise coordinate geografiche e non un nome comune di dramma.

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