IL PERIMETRO – Le conseguenze del cemento

di Il Perimetro

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Senza alcun bisogno di snocciolare dati o mostrare grafici, c’è una cosa che colpisce immediatamente girando per l’Italia: l’incontenibile, improvvisa, insospettabile avanzata del cemento. Ci avevano abituato all’idea della cementificazione come dramma biblico iscritto negli effetti collaterali del boom industriale degli anni 60, Una sorta di pegno pagato da un’intera generazione (e dai suoi figli e nipoti) in cambio dell’emersione dallo stato di miseria. Una sciagura appartenuta ad un tempo in cui le parole ecologismo, natura, territorio non avevano nessun significato. Non è così. Quello che sta subendo oggi il paese è, in realtà, una nuova devastante ondata di consumo di suolo che probabilmente ha come unico precedente proprio il periodo dei “favolosi anni 60”, come diceva Celestini.

Non esiste un solo paese, ripetiamo un solo paese, alla cui periferia non siano erette gru e aperti i cantieri. Questa costante va dai grandi centri urbani in drammatica e caotica espansione fino al piccolo paesino che conta poche centinaia di anime. Dopo un iniziale momento di sgomento e sconforto, la reazione che immediatamente segue è di tipo interrogativo: perché? In effetti la popolazione italiana è ferma al chiodo dei 60 milioni di abitanti da parecchio tempo. Non ci sono nuovi nati a cui dare nuove case, detto altrimenti costruire non serve a dare un posto alla popolazione. Eppure i paesi raddoppiano e il paesaggio italiano già duramente messo alla prova da 70 anni di costruzione selvaggia risulta in alcuni casi irrimediabilmente devastato.

Prima di partire abbiamo letto con attenzione un bellissimo libro del giornalista Luca Martinelli dal titolo Le conseguenze del cemento che ci ha aiutato a capire qualcosa di più del ciclo che è alla base di questo materiale e, soprattutto, chi è che guadagna dal suo dissennato utilizzo. Riassumendo per sommi capi emerge un quadro per cui risulta conveniente ai capofila della filiera formata da cave, cementifici, appaltatori e costruttori, l’utilizzo del cemento a prescindere dalla sua reale necessità. Detto altrimenti per il tipo di sciagurata economia in cui ci troviamo è conveniente costruire una casa anche se questa resterà invenduta. i primi a favorire questo tipo di logica sono, purtroppo, gli stessi enti locali: comuni indebitati che ricorrono alle deroghe ai piani regolatori per incassare gli oneri di urbanizzazione, ossia quei gettiti fiscali che i costruttori devono all’amministratore locale quando decidono di costruire un lotto. Dal momento che i comuni devono in qualche modo garantire i servizi di base la scelta di permettere nuove urbanizzazioni è in alcuni casi sostanzialmente inevitabile. Una volta superato lo scoglio amministrativo gli speculatori possono accedere al bene tanto primario quanto consumato in maniera dissennata: la terra. Un terreno precedentemente agricolo trasformato in un palazzo vale apparentemente di più, ha mosso un piccolo indotto di operai e ha permesso l’utilizzo di materia prima. Secondo una vecchia logica ha fatto girare l’economia. Sembrerebbe un vero affare che permette di decuplicare in un anno il valore di un bene. In realtà si tratta di un suicidio. In primo luogo la casa costruita resterà probabilmente invenduta, in seconda battuta, poi, il luogo in cui la casa è costruita perderà intrinsecamente di valore: il cemento degrada il paesaggio e lo rende sicuramente meno ricco, Producendo una perdita e non un aumento di valore. In sostanza si sta utilizzando la terra come se fosse una banca. Stampando una moneta di cemento Il cui valore è tutt’altro che solido e garantito. a pagare il prezzo di questa operazione è ovviamente l’intera collettività Che viene giorno dopo giorno privata di un bene pubblico di vitale importanza: il paesaggio, distrutto e smangiucchiato brano dopo brano per l’ingordigia di pochi privati.

Vaghiamo con la vespa provincia dopo provincia sulle strade secondarie, vicino alle grandi arterie, entrando e uscendo dagli ultimi boschi e prati rimasti. Il panorama è sempre lo stesso. Il limite dello scempio prodotto quarant’anni fa – evidentemente visibile in base a facili canoni architettonici – è oggi nuovamente scavalcato da una nuova ondata di costruzioni. Non esiste località che non affianchi una o più gru al tipico profilo disegnato dal classico campanile del municipio o della Chiesa che caratterizza gli insediamenti del nostro paese. E ti sale dentro una rabbia cieca, un furore, un senso di frustrazione che ti porta soltanto a sognare il giorno in cui una rivoluzione porterà finalmente le ruspe nei centri abitati, semi-abitati, o neo-disabitati che si stanno costruendo. Stiamo, forse, preparando anche le basi per una bolla immobiliare che potrà ricordare quella che ha devastato la Spagna con il suo recente e artificiale boom edilizio. Quando salterà il tappo, di tutto questo scempio resteranno soltanto le case Invendute o semi-costruite. Chissà, allora, in base a quale strana legge di auto regolazione il mercato saprà intervenire e riassorbire l’emorragia che ha dilaniato il Paese. Le soluzioni sarebbero tante, tanti sarebbero i provvedimenti da assumere con la massima urgenza. Sinceramente non crediamo che cementificare quel poco che resta di paesaggio sia davvero l’unico modo per risollevare l’Italia, la bella Italia, dalla crisi economica. Crediamo, invece, che sia la soluzione più stupida, controproducente, e antidemocratica che si potesse adottare.

Potere alle ruspe.

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