Che strano chiamarsi Federico – L’amarcord di Ettore Scola

di Annalisa Gambino

Da Venezia alle sale,  arriva sul grande schermo Che strano chiamarsi Federico, l’omaggio di un grande regista come Ettore Scola a un maestro come Federico Fellini. Dopo dieci anni di di silenzio, Scola torna al cinema per raccontare una storia di amicizia e ammirazione, un magico viaggio attraverso la memoria in occasione del ventennale della scomparsa di Fellini.

Il film, sospeso fra documentario e finzione, ripercorre i punti cruciali della della vita del maestro, fin dai primi giorni a Roma dove un giovanissimo ed esile Fellini bussa alla redazione del Marc’ Aurelio, giornale di punta per la satira e l’illustrazione. Rivista per la quale collaborerà dieci anni dopo anche Scola. E proprio in questa redazione che redazione si incrociano le strade dei due registi.

Che strano chiamarsi Federico propone un ritratto inedito e scanzonato dell’intima amicizia tra Scola e Fellini; il film, in antitesi alla classica celebrazione, riesce a trasmettere un affresco di storia e di affettuoso ricordo. Il tessuto narrativo è composto da una scelta di genere davvero moderna per un regista della ”vecchia generazione”: si compone di un linguaggio che intreccia scene scritte e ricostruite a Cinecittà con materiali di repertorio selezionati dagli archivi.

Il film mischia infatti parti di vita ricostruita, immagini documentali (illustrazioni, giornali d’epoca, sequenze di film e voci off) e si allontana, sia dal classico documentario storico o d’inchiesta, che dal già visto film biografico romanzato. Curioso da sottolineare l’intrusione della voce inimitabile di Fellini inserita sapientemente in alcuni dialoghi contraffatti.

Il film di Scola non solo si nutre delle ricostruzioni ma vive i suoi momenti migliori nella forza evocativa delle immagini del famoso Teatro 5 di Cinecittà dove anche questo film è stato girato. All’interno del set, gli ambienti ricostruiti svelano la magia del cinema della Dolce Vita romana. Scola mette in scena i personaggi laterali incontrati durante le scorribande notturne in compagnia di Federico -quegli stessi personaggi che dapprima nutrivano la grafica e il disegno del Maestro, e poi grazie alle sceneggiature e ai film sono diventati parte integrante dello straordinario scenario felliniano.

Non c’è una storia narrativa, non c’è nulla di inedito. È piuttosto una descrizione di momenti, atmosfere, attimi.  L’andamento del film ha la stessa struttura del ricordo forse un po’ sbiadito: ci sono i lunghi viaggi in auto per Roma di notte, ci sono i ricordi di Scola bambino quando leggeva al nonno le vignette del Marc’Aurelio, ci sono i teatrini periferici dell’avanspettacolo per i quali Fellini e Maccari scrivevano le prime commediole, c’è l’inedito materiale d’archivio dei provini del Casanova con performance di Sordi, Tognazzi e Gasman, c’è l’inimitabile Mastroianni che si aggira sul set della dolce vita.

Chiude infine il film, una nostalgica carrellata di sequenze tratte dalle opere più celebri quali Lo sceicco bianco, Amarcord, , Roma, Intervista, I Vitelloni, Casanova, E la nave va, La strada..

Quello di Scola è un documentario delle suggestioni capace di far rivivere l’importanza di Federico Fellini come guida illuminante di cultura che va oltre il cinema ed esalta  l’importanza di quel cortocircuito innescato tra sogno, realtà e fantasia tanto caro a Federico.

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