India. L’elefante non ha messo le ali

di Emiliana De Santis

Profondamente cambiato ma ancora molto sperequato, il sistema di istruzione indiano ha visto negli ultimi anni una decisa accelerazione della lotta contro l’analfabetismo. Se fino alla metà del secolo scorso era circa un indiano su tre ad essere scolarizzato, oggi la percentuale è invertita, soprattutto nelle fasce di età più giovani. Permangono tuttavia forti sacche di resistenza e un sistema sociale e culturale che non agevolano la diffusione dell’istruzione, nello specifico tra le caste svantaggiate, tra le donne e nelle regioni più orientali del subcontinente.

Farsi un’idea del sistema scolastico del gigante asiatico è un buon modo di capirne le svolte economiche poiché le debolezze nella formazione riflettono ed ampiamente spiegano anche quelle di natura strutturale. Nell’attuale scenario caratterizzato dall’economia della conoscenza il rapporto di assoluta proporzionalità tra i livelli di istruzione e quelli di crescita economica si rafforza di una correlazione netta che passa attraverso le aule, i metodi didattici e l’accesso all’università. L’art. 45 della Costituzione impegna il governo a garantire l’istruzione fino a 14 anni: 9 sono gli anni di obbligatorietà della scuola che vanno dal corrispettivo delle elementari e fino al primo anno di studi superiori. Finisce qui l’impegno delle strutture centrali e con esso l’idea di quello che la formazione dovrebbe essere. Le oltre trenta entità amministrative del subcontinente hanno autonomia quasi piena su organizzazione e programmi e, per un inglese che viene insegnato in tutti gli istituti, ci sono una miriade di metodi e organizzazioni che variano da Stato a Stato e da scuola a scuola, in particolare se si tratta di entità private. Senza contare che gli Stati settentrionali e orientali, quelli in cui sono anche più elevate le polarizzazioni di reddito e di genere, sono gli stessi in cui si abbassa il numero di popolazione istruita e quindi in grado di cogliere le opportunità che la globalizzazione genera.

Non stupisce pertanto che il secondo trimestre del 2013 abbia visto un calo della crescita, attestatasi a 4,4 punti, percentuale inferiore di due decimali rispetto alle attese degli analisti. Mai risultato era stato peggiore dal 2009. Nonostante il ritmi di espansione indiani sembrino frenetici rispetto alla stagnazione delle economia avanzate, New Delhi è preoccupata dall’andamento generale dell’economia, segnata da una pesante crisi inflazionistica e dal boom del debito pubblico, giunto ormai a quasi 5 punti percentuali in rapporto al Pil. È già dal 2004 infatti che il sistema industriale e manifatturiero indiano hanno smesso di crescere in favore dei servizi, verso cui è stato dirottato l’enorme flusso di popolazione che ha abbandonato la campagna per ingrossare le fila degli slum cittadini. Illusa dal miraggio della facile ricchezza, sognatrice di un mondo in cui la realtà è parvenza della visione, la società è rimasta intrappolata tra il boom economico trainato dai capitali esteri e la mancanza di una struttura capace di sorreggerlo. Il risparmio privato, pur aumentato negli ultimi 15 anni, è di fatti bloccato in riserve auree che la Banca Centrale si ostina a non sfruttare per infrastrutturare il territorio.

Analizzando questo quadro macroeconomico, non stupisce di trovarsi di fronte ad un Paese in cui la contraddizione è insito elemento culturale. Basti pensare che il tasso medio di frequenza della scuola dell’obbligo si attesta a 5 anni, che diventano 6 nel caso degli uomini e 4 nel caso delle donne. Se nella fascia di età tra i 15 e i 19 anni solo il 5 percento della popolazione è analfabeta, il livello quasi quintuplica anche solo spostandosi nella pur attigua fascia di età compresa tra i 23 e 29 anni. Da non dimenticare inoltre che, percentuali così basse traducono in realtà numeri enormi: solo il 3 percento della popolazione indiana è laureata, corrispondente però a ben 25 milioni di individui, avvantaggiati dalla padronanza dell’inglese che invece manca, ad esempio, agli omologhi cinesi.

A quasi un ventennio dalle riforme di liberazione dell’economia e di rimodulazione della fiscalità, è opportuno che il Governo si impegni in un serio riordino e rafforzamento dell’educazione perché è solo da una popolazione più e meglio e istruita che passa lo sviluppo, cammino di trasformazione nutrito non solo dalla crescita ma da un perdurante investimento sulle risorse vive e vitali del Paese.

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