Les Revenants – Qualcuno è morto tanto tempo fa

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di Beatrice De Caro Carella

Verrà la morte sì; ma stavolta avrà gli occhi del genio francese di Fabrice Gobert e Frédéric Mermoud e sarebbe un vero peccato perdersela.

In Italia, purtroppo, la serie andata in onda su Canal+ lo scorso autunno, Les Revenants (coloro che ritornano) non è ancora arrivata, ma c’è da auspicarsi lo faccia presto. Nel frattempo, dalla Francia, giunge la conferma d’una seconda stagione, già in corso d’opera, il che se non altro fa ben sperare e ci impone di tenere i nostri occhi ben aperti puntati su chi, come Sky ed MTV, è sensibile al mercato d’oltralpe sui generis.

Les Revenants è un adattamento – oltremodo riuscito è il caso di dirlo – d’un soggetto già apparso sugli schermi francesi nel 2004, e rivisitato di recente dalla TV britannica. È una serie difficile da inquadrare, tanto sfuggente alle etichette di genere, quanto rarefatte e sinistre le sue atmosfere, fatte d’un silenzio sospeso e sottilmente penetrante, sia in termini visivi che sonori.

Salutato in patria come l’iniziatore d’un nuovo filone soap fantastique, Les Revenants è ambientato tra le strade di un’isolata cittadina francese, incastrata tra l’alto letto d’un fiume e alte montagne.

Un giorno, giù alla diga, però, accade qualcosa; e il dramma corale della cittadina ha così inizio. Il livello dell’acqua comincia lentamente ad abbassarsi mentre riemerge la punta del vecchio campanile che, insieme all’antico borgo e tutti i suoi ignari abitanti, fu travolto e seppellito dalle acque del fiume.

A questi eventi fanno capo le misteriose vicende di ciascuno dei personaggi; storie che s’intrecciano, l’una sull’altra, a tessere un complesso arabesco di destini sovrapposti.

C’è la storia di Camille, adolescente bambina dai colori irlandesi, che riemerge trafelata da dietro una scarpata e s’incammina spaesata verso casa, ritrovando una famiglia diversa da quella che ricordava. C’è quella di Simon, artista maledetto dall’aria angelica, che non smette d’inseguire la sua Adèle, e la storia di Victor, silenzioso bambino che appare dal nulla sulla porta di Julia. C’è la storia dell’anziano Professor Costa, che impazzisce e da fuoco al suo appartamento, distruggendo con esso i ricordi d’una vita; mentre legata al suo letto, avvolta dalle fiamme, si dimena imbavagliata la stessa giovane donna che sorride con lui nelle foto sparse sul pavimento. E poi la storia di Serge che accoltella ragazze nella notte, mentre, tra i vivi, ognuno – nessuno escluso – custodisce il proprio piccolo segreto, vi convive e a volte ne nega persino l’esistenza.

Eppure non bisogna fermarsi alle apparenze, perché pur dietro il presupposto pseudo-horror e nonostante quel senso di sospesa inquietudine a tratti degno dello Shyamalan di E venne il giorno, Les Revenants prende oculatamente le distanze tanto dall’horror convenzionale, quanto dal filone post-apocalittico oggi in voga. In parole povere, chi cerca lo spettacolo d’un isterismo sanguinario che esplode incontrollato alla maniera di Dead Set rimarrà profondamente deluso; e parimenti finirà a bocca asciutta chi si aspetta la stessa claustrofobica lotta contro il tempo d’un Cloverfield in salsa zombie. Di contro, chi si metterà seduto a seguire quest’innovativa avventura francese tra gli inesplorati territori del fantasy psicologico in TV, potrebbe rimanerne ben più che piacevolmente colpito.

Detto questo, trattandosi d’un mystery sovrannaturale, non può dirsene molto di più; a parte che la bellezza sta forse negli occhi di chi guarda; per cui val la pena tentare, penso, e restituirvi io stessa parte di ciò che vi ho visto. Immaginate di riuscire proustianamente, per un attimo, a ripescare nella vostra memoria le surreali atmosfere montane del lynchiano Twin Peaks; quel vago senso di mistero, che come una nebbia sovrannaturale avvolgeva rada ogni cosa. Aggiungente il tocco svedese d’una luminosità dai toni smorzati, di spazi vitali dalle pulite linee geometriche cui si contrappongono ampie vedute desolate, sulle quali – grazie ai malinconici ed essenziali arrangiamenti dei Mogwai – soffia un vento musicale alla Donnie Darko. Pensate, infine, a un racconto ritagliato sulla formula Lost, dai ritmi sostenuti, mai precipitoso, né troppo scontato, all’interno del quale ciascun episodio è cesellato da piccoli ma fatali colpi di scena. Inesorabilmente, ciascuna puntata vi conduce verso la successiva; e poi la successiva; e poi la successiva. Finché, quasi verso la fine, non sarete ben convinti d’aver capito ogni cosa. Ma non sarà vero, e col vostro sconsolato pugno di mosche in mano non vi rimarrà, a questo punto, che aspettare (im)pazienti la seconda stagione; meditando nel mentre su come orientare correttamente la vostra parabola verso la Francia.

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