Diario da Taranto – La valigia

di Greta Marraffa

“Non ti lascerò mai”- furono le ultime parole di Lorenzo al suo amico, accarezzandogli la fronte.

Carlo, nel letto d’ospedale, è morto lentamente. Il male peggiore ha succhiato la sua essenza, la sua vitalità. Aveva tanti progetti, voleva partire verso le terre incontaminate dell’Irlanda e lì con i risparmi di una vita, avrebbe aperto un pub: un Irish pub.

 Amava stare con la gente, sapeva ascoltare e consigliare e Lorenzo era il suo confidente.  La Piazza, i cortei, il primo spinello, la prima ragazza, la prima nota a scuola e i successi all’università. Sullo sfondo, la fabbrica. Carlo avrebbe voluto continuare i suoi studi, ma la morte improvvisa del padre, lo costrinse a cedere ai ricatti. E i tornelli di quel mostro d’acciaio, divennero l’accesso all’inferno. Carlo cambiò radicalmente. Morì per la prima volta nel gennaio 2008, quando firmò il suo primo contratto con l’azienda.

Dopo 5 anni di sacrifici, a Carlo venne diagnosticato un cancro ai polmoni.  Non fece giri di parole, quando si confidò con Lorenzo, ma gli disse: “Ora che sto per morire, ho intenzione di iniziare a vivere, Lorè partiamo, non c’è tempo”. Lorenzo fece fatica a trattenere le lacrime, doveva esser forte, ingoiare la disperazione e prenotare il primo volo per l’Irlanda.  E così fu, che in Irlanda ci arrivarono. Camminarono tantissimo ed ammirarono le meraviglie della natura, le alte costiere e il mare in tempesta, pericolo dei viaggiatori.

La loro valigia pesava di ricordi: la loro amicizia, le radici, l’amore incondizionato verso le piccole cose. Lorenzo, ogni notte prima di addormentarsi, lasciava cadere sul suo volto, piccole gocce di amarezza. La vera ricchezza, pensava,  era  riuscire ad essere padroni del proprio tempo, ma in questo caso, il ticchettio della vita, pesava come un macigno.

A Taranto sarebbero ritornati solo per iniziare le cure di chemio-terapia, altrimenti quei due, come giovani amanti si sarebbero  fatti cullare per sempre dalla ninna nanna leggera, del vento fresco irlandese.

Ma non fu così. Iniziarono lunghi ed intensi travagli e Lorenzo subiva da spettatore impotente, la mutazione devastante di Carlo. Cercava di non spendere inutilmente i momenti che trascorreva insieme al suo amico, Carlo era la sua priorità, prima del suo tempo e della sua stessa vita. E le pareti di quell’ospedale trasudavano disperazione, ma Carlo mantenne vivo sino all’ultimo istante,  un sorriso disarmante.

Carlo era bello. Aveva riccioli biondi che nonostante la terapia devastante, non perse del tutto. Lorenzo, amava giocarci con quei capelli ribelli. Ogni giorno era solito raccogliere delle margherite dal giardino della signora Pina, le raccoglieva nella carta colorata e le portava a Carlo, le inseriva nel vaso accanto al letto, tentando di colorare, così fino all’ultimo giorno, le giornate grigie e tristi del suo amico.

Si spense lentamente, senza far rumore. Ma quel silenzio fastidioso e penetrante, aveva spezzato in due il cuore e l’anima di Lorenzo. Morì  una notte di gennaio, mentre la pioggia, batteva incessantemente sui vetri delle finestre dell’ospedale.

Il dolore venne sommerso da rabbia. Lorenzo lasciò l’ospedale, salì sulla sua vespa, un cinquantino, protagonista di avventure e ricordi. Volle farsi accarezzare dal vento, secco e rigido. Neanche in quell’istante volle piangere davanti a Carlo, ma lo fece di nascosto, nella sua stanza, immerso di fotografie e pensieri.

Carlo venne trasportato presso il cimitero, adiacente al quartiere Tamburi e alla grande fabbrica. Il cimitero “rosa”, segnato dal colore acceso del minerale depositato sulle lapidi, avrebbe ospitato il giovane dai capelli indomiti. Ma neanche dopo la morte riuscì a trovare il suo tempo e la sua pace. Venne mantenuto per sei lunghi giorni nel freezer del camposanto.

Non avendo cappella o tumulo Carlo era destinato a finire nei campi di inumazione, gli stessi in cui era stata rilevata  la presenza di livelli inquietanti di diossina, pcb, piombo e berillio.

Si doveva pazientare, attendere l’arrivo di mascherine e filtri che, avrebbero  evitato l’inalazione di sostanze tossiche, da parte dei necrofori.  Lorenzo, nonostante tutto, continuò imperterrito, ad ogni pausa pranzo, a portare i fiori colorati e freschi che tanto piacevano a Carlo.

La settimana passò lentamente e Lorenzo inizio a metabolizzare la realtà. Si rese conto che Carlo non avrebbe mai potuto assaporare la bontà della sua matriciana o godere del calore emanato da un corpo nudo o del sole caldo d’estate. Carlo si era portato via il cielo sereno, le rondini e la vitalità dell’intera città.

Lorenzo l’aveva amato una vita intera. L’amore sommerso, quello impossibile, quello nascosto. Quello che a tratti riusciva a soddisfare entrambi, quello che fatto di sguardi fugaci, di carezze delicate e di frasi non dette. Ancora oggi, Lorenzo, nei momenti di solitudine, prenota il volo per l’Irlanda per ripercorrere i luoghi e i momenti condivisi con Carlo e solo su quell’ alta costiera, riesce a riappropriarsi del suo tempo che Carlo, s’è portato via per sempre.

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