Politiche 2013, Bersani e Renzi inisieme nel cinepanettone del Pd

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di Fabio Grandinetti

Sono le 18:30 di venerdì 1 febbraio e con un mese abbondante di ritardo rispetto al periodo natalizio va in scena dal teatro Obihall di Firenze il “cine-panettone democratico”, scritto e interpretato da Matteo Renzi e Pierluigi Bersani. Ad una platea in realtà piuttosto attempata, alla faccia dei rottamatori, sembra di assistere a una sorta di commedia romantica all’americana. Dopo un periodo di amore e odio, in un rapporto nettamente sbilanciato verso il secondo termine, fatto di liti, silenzi, allusioni e lunghe separazioni, l’epilogo amoroso in stile “e vissero per sempre felici e contenti” appare scontato.

Ma la storia d’amore fa da sfondo ad una piacevole performance comica da parte degli ormai ex-rivali delle primarie. L’intervento d’apertura del sindaco, scandito da una serie di proiezioni abbastanza “fiorentinocentriche”, regala ai fortunati spettatori riusciti ad entrare in un Obihall stracolmo più di qualche risata: da «Pierluigi compra Messi alla Fiorentina» a «Monti non ha capito che Fini non è quello dei tortellini», per finire con «se c’è un marxista per Tabacci in sala gli offro da bere». E dopo qualche freccia d’amore, stavolta, scoccata nei confronti di chi definisce «il futuro premier», Renzi lascia al suo segretario una folla orgogliosa e divertita.

E Bersani, nel tentativo di non disperdere la verve cinematografica di chi lo aveva preceduto, non lesina battute ad effetto, come «Messi ha detto o Bettola o nada» o «L’Italia è un condominio rissoso in cui ogni tanto gira un commercialista per dirigere il traffico», fino all’ormai famoso «Brunetta si alza e…», capace di strappare una risata allo stesso segretario. Il tutto accompagnato dalle proverbiali metafore in spiccato accento emiliano.

In questo clima le proposte elettorali e le analisi politiche sembrano accessorie. Anche le arringhe difensive sul caso Monte dei Paschi di Siena e il rifiuto delle «prediche provenienti da chi ha cancellato il falso in bilancio». E persino il tanto reclamato voto utile a “Italia bene comune”, l’unico tra gli altri voti (tutti utili) adatto a battere la destra populista. Lo si chiami “dem-pride” o lo si legga come un semplice tentativo di rendere la campagna elettorale più giovane e frizzante, sta di fatto che la sensazione all’uscita dai cancelli del teatro Obihall è che le due ore scarse appena trascorse abbiano vissuto di slogan e battute dall’applauso facile e dalla risata garantita, forse troppi.

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