Guerra in Mali: il risveglio della Françafrique?

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di Alessandra Vitullo

Ex colonia francese, oggi punto nevralgico per il traffico di droga e di armi nell’area nord africana, il Mali si estende su un territorio due volte più grande della Francia. Attraversato per metà dal deserto del Sahara e dal Sahel, il nord del Mali è popolato da tribù nomadi, dai tuareg, che si spostano continuamente tra i confini della Algeria e del Niger.

Il prevalente nomadismo della popolazione maliana del nord è una delle principali cause per le quali il governo non è mai riuscito a controllare completamente la regione, favorendo così la nascita del Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad (Mnla), termine con cui gli indipendentisti chiamano il Mali del nord, e l’insediarsi di un gruppo islamico integralista, predicatore della Jihad, l’Aqmi, l’equivalente di Al Qaeda nel Maghreb. Il sud del Mali, al contrario, viene chiamato il Mali verde, per la presenza di una ricca vegetazione dovuta al passaggio del fiume Niger; è abitato da 2 milioni di persone (sedentarie), ossia il 90% della popolazione complessiva del Paese. Qui si trova la capitale Bamako, con il governo.

In seguito alla caduta del regime di Gheddafi, nel 2011, un forte flusso di armi e di altre tribù nomadi è andato ad unirsi alla causa del Mnla, mettendo sotto dura minaccia il governo di Bamako. L’esercito maliano, mal equipaggiato, ha immediatamente subìto ingenti perdite nel tentativo di bloccare l’avanzata del Mnla e notando l’indifferenza o l’incapacità del governo di gestire la situazione, decide di passare al colpo di stato.

Il 22 marzo 2012, l’esercito rovescia il governo di Amadou Toumani Touré e, dopo appena qualche settimana, il 6 aprile, lo Mnla dichiara l’indipendenza dell’Azawad. Da questo momento, il nord del Mali comincerà ad attirare nuovi gruppi terroristi, come quello dell’Ansar al Din, che unendosi all’Aqmi, indebolirà poco a poco lo Mnla, prendendo infine il controllo dell’intera regione.

Il rafforzamento del gruppo islamista nel nord del Paese allarma subito i paese confinanti: Mauritania, Costa d’Avorio, Burkina Faso, Niger, richiedono un immediato intervento armato. L’Algeria, che con il Mali condivide più di 1.300 km di frontiera, teme le conseguenze che una guerra potrebbe portare nei suoi territori (paure confermate 5 giorni fa dall’attacco al giacimento petrolifero) e spinge quindi per una negoziazione. Ad ottobre 2012, l’Onu autorizza gli eserciti africani ad aiutare il governo maliano a riconquistare i suoi territori. Ma gli integralisti minacciano immediatamente di uccidere l’ostaggio francese nelle loro mani, qualora la Francia avesse acconsentito all’attacco. Ricordiamo che solo qualche mese prima, in luglio, era stata liberata la cooperatrice italiana Rossella Urru e che, solo in seguito a questa liberazione, l’Italia si è schierata apertamente a favore dell’intervento in Mali.

La situazione resta paralizzata fino allo scorso 10 gennaio, quando gli integralisti varcano la virtuale linea di confine tra il nord e il sud del Mali, attaccando la città di Konna e prendendo la via per Bamako. A quel punto il presidente Hollande autorizza l’operazione Serval e l’esercito francese entra ufficialmente in guerra a fianco dell’esercito maliano, con 1.400 truppe e il supporto di mezzi militari tedeschi e statunitensi.

Françafrique è la parola che i media francesi stanno associando all’operazione in Mali. Il termine coniato dal regista Patrick Benquet, fa riferimento a quella diplomazia parallela, forte soprattutto ai tempi del presidente De Gaulle, che tramite i Conseillers Afrique, curava segretamente gli interessi economici francesi, sostenendo, se necessario, anche dei regimi criminali. La politica della Françafrique che si riteneva da tempo abbandonata, è riapparsa durante l’ultimo anno di legislazione Sarkozy, quando la Rivoluzione del gelsomini ha portato alla luce una fitta rete di interessi che legava il governo francese al dittatore Ben Alì, e successivamente con l’intervento in Libia.

Proprio la contrarietà all’operazione militare contro Gheddafi è stato uno dei punti forti della campagna elettorale del 2012 di Hollande, grazie alla quale ha raccolto il consenso di buona parte di quell’opinione pubblica scettica delle guerre esportatrici di democrazia e che, proprio in questi giorni, con il ritiro delle truppe dall’Afghanistan (avvenuto lo stesso giorno in cui la Francia è intervenuta in Mali), ne vede confermato il fallimento.

In questi giorni i francesi si stanno interrogando sulla volontà da parte dei loro governi, socialisti o conservatori che siano, di perpetuare lo spirito della Françafrique. C’è chi sostiene che uno stato colonizzatore, purtroppo non cessa mai di esserlo, del resto truppe e affari francesi sono sparsi un po’ ovunque nel mondo: dall’Africa alla Martinica. Chi, al contrario, ritiene che sia impossibile per la Francia svincolarsi da responsabilità politiche internazionali, nelle quali è coinvolta proprio per l’importante ruolo che ha rivestito in determinate regioni.

Apertamente schierati contro l’intervento sono stati solo il Partito Comunista Francese, il Partito di Sinistra e l’ex primo ministro Dominique de Villepin, che ha affermato: “Queste guerre non hanno mai costruito uno stato solido e democratico. Al contrario, hanno favorito il separatismo, il fallimento degli stati e la supremazia delle legge marziale. Queste guerre non hanno mai vinto i terroristi sparsi per la regione, al contrario hanno solo legittimato i più radicali

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