Giancarlo Petrini ci racconta papà Carlo

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di Cristiano Checchi

Dopo la morte avvenuta il 16 aprile, in questi giorni torna alla ribalta la figura di Carlo Petrini. Calciatore della seconda metà degli anni 60 e anni 70, tra le altre di Roma e Milan, attivo anche nei primi anni degli anni 80, periodo nel quale tutti gli errori fatti nella carriera da calciatore uscirono allo scoperto. Errori fatti per un’infanzia complicata, in una vita poi vissuta sempre a 100 all’ora in un mondo frenetico come quello del calcio, tra eccessi e sregolatezze all’ordine nel giorno lì dove non sempre è oro quello che luccica. Una china pericolosa che l’ha portato nel mondo del calcioscommesse, dettagliatamente raccontato nel libro “Nel fango del dio pallone” uscito nel 2000. Un racconto crudo, spassionato e senza veli (fatta eccezione per i nomi di alcuni colleghi quando venivano raccontanti fatti personali) per mostrare agli appassionati come funzionavano in molte circostanze le cose. Storie di come si concordavano le partite, un grido di denuncia per il dilagante uso del doping di quegli anni. Tutto raccontato, quasi vomitato, con astio e rabbia, con linguaggio duro e senza tanti giri di parole, per lanciare un messaggio a chi forse ha sempre nascosto la testa sotto la sabbia pur di non vedere quanto il calcio delle volte rischia purtroppo di essere solo un grande bluff.

Come torna di moda la figura di Carlo Petrini? Torna grazie al figlio, Giancarlo, che ha scritto un libro per raccontare niente e di più di suo padre. “Pedro, ricordo di mio padre”, è il titolo dell’opera: un ricordo biografico sulle luci e le tante ombre di Carlo. La figura di un padre troppo assente e di un uomo che ha segnato con i propri errori la vita di chi gli stava attorno. Errori nel calcio e nella vita privata, tanti, forse troppi; come quando in fuga all’estero per motivi economici non tornò in Italia per salutare il figlio diciannovenne morente per un tumore al cervello, era il 1995. Diego Petrini avevo chiesto l’incontro con il padre via media, l’incontro non ebbe luogo, Carlo commise forse l’errore più grande della sua vita. Errori poi tutti pagati dal primo all’ultimo con una vita segnata dalla malattia, con l’impegno nel sociale e con la scrittura, come ad esempio con l’opera “Il calciatore suicidato”, scritta per cercare di dare una spiegazione all’assurda morte di Donato Bergamini, centrocampista del Cosenza scomparso nel 1989. In “Pedro, ricordo di mio padre” tutto è raccontato di nuovo, secondo però una diversa prospettiva: quella di chi vedeva la figura più importante da seguire per crescere come uomo compiere tremendi errori, che gli avrebbero poi segnato la vita. Il racconto di un figlio che nonostante tutto è arrivato a perdonare il padre perché, parola di Giancarlo, “Pedro alla fine è riuscito a riscattarsi affrontando anni di sofferenze con una dignità e un coraggio che non potrò mai dimenticare. È come se, in zona Cesarini, avesse segnato il gol della vittoria”.

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