ILVA – L’appello lanciato dai tarantini e il silenzio della stampa italiana

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di Pierfrancesco Demilito

Sono ormai anni che nella città di Taranto un movimento trasversale e nato dal basso sta cercando di attirare l’attenzione del resto del Paese sulle sorti della città dei Due Mari. Una città che da decenni vive nell’inquinante monocultura dell’acciaio. L’appello dei tarantini è stato rivolto in particolare ai media nazionali che possono, grazie al grande seguito di cui godono nella maggioranza degli italiani, smuovere qualche coscienza.

In alcuni casi sono state organizzate anche delle azioni plateali. Come lo scorso 10 gennaio, quando in occasione dell’apertura del processo Scazzi la città era stata invasa da giornalisti provenienti da tutta Italia per raccontare i dettagli anche più marginali di quell’udienza: le espressioni del volto degli imputati, come i Misseri si erano disposti all’interno della cella di sicurezza e chi cercarono o sfuggirono con lo sguardo. Quel giorno i ragazzi di Ammazza che piazza si sistemarono alle spalle dei cronisti durante i collegamenti in diretta con un grande striscione con su scritto: “Sulla morte di Sarah avete speculato, ma del nostro inquinamento non avete mai parlato”. Ma anche quella volta a questa vicenda venne dedicato, nei migliori dei casi, un piccolo articoletto di contorno.

A poco è valsa anche la richiesta di candidatura a primo cittadino di Taranto avanzata da un gruppo di ambientalisti locali ad Angelo Bonelli, presidente della Federazione dei Verdi. La richiesta, maturata anche nella speranza che la presenza di un leader nazionale nella campagna elettorale cittadina avesse un certo appeal per i media, fu accettata da Bonelli ma l’attenzione delle testate nazionali cessò a scrutinio ancora in corso. Scrutinio che, per la cronaca, non fu favorevole a Bonelli, che con circa il 12% delle preferenze non raggiunse il ballottaggio.

Gli appelli dei tarantini, insomma, sono serviti a poco. Solo in alcuni sporadici casi, infatti, Taranto e la vicenda dell’inquinamento si sono meritati articoli o servizi delle grandi testate nazionali. I cittadini di Taranto per ottenere l’attenzione che chiedevano e meritavano hanno dovuto attendere che il bubbone esplodesse: i giornalisti sono arrivati solo dopo l’intervento della magistratura. Anzi, più precisamente, solo dopo la pubblicazione di una clamorosa sentenza dei giudici. Perché in realtà l’intervento della magistratura era iniziato sei mesi fa, ma all’epoca la notizia che un Gip stesse indagando sulla più grande acciaieria d’Europa e la più produttiva del nostro Paese non incuriosì troppo la stampa italiana.

Un ritardo ingiustificato, inspiegabile. E se oggi a Taranto i giornalisti non vengono accolti con i tappeti rossi, se si ha difficoltà ad ottenere delle interviste, se in città regna una generale diffidenza nei confronti dell’informazione è soprattutto colpa della decisione di relegare nel dimenticatoio quelle storie che per anni i tarantini hanno chiesto venissero raccontate.

Per rimediare a questo errore c’è solo un modo: mantenere alta l’attenzione su Taranto. Ma non solo ora, soprattutto nelle prossime settimane, quando non ci saranno più i blocchi stradali, quando si placheranno i cortei e gli scioperi, quando finiranno i tavoli istituzionali, quando le soluzioni saranno state trovate e sarà necessario essere i “cani da guardia” del potere.

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