Elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Intervista a Daniele Fiorentino

di Laura Guadalupi

Chi sarà il 45° presidente degli Stati Uniti d’America? Verrà riconfermato Barack Obama, oppure il nuovo inquilino della Casa Bianca sarà un repubblicano? Nell’America del XXI secolo la tradizione si intreccia con nuovi scenari, come ci illustra Daniele Fiorentino, professore associato di Storia degli Stati Uniti d’America presso l’Università degli Studi Roma Tre.

Dal SuperTuesday ci si aspettava un risultato decisivo, che avrebbe fatto emergere il candidato repubblicano alle elezioni presidenziali del 6 novembre. Così, però, non è stato. Il favorito Mitt Romney, pur vincendo in sei Stati, non ha trionfato. Secondo Lei come mai?

Il problema principale è che Romney non è un candidato forte e ha sempre avuto problemi nel partito repubblicano. Non è la prima volta che si presenta alle primarie. La volta scorsa era stato eliminato abbastanza presto perché McCain era un candidato moderato più credibile in grado di essere votato anche da alcuni tra i più reazionari nel partito. Questo non è il caso di Romney, spostandosi a destra tradisce la sua anima vera. Quello che è venuto fuori come il Tea Party è un insieme di movimenti fondamentalisti e fortemente conservatori che si raccolgono sotto un’unica dizione. Sono movimenti di stampo populista che sono sempre esistiti negli Stati Uniti e hanno condizionato le elezioni, ma non hanno mai trionfato. Se si guarda ai risultati elettorali di questi mesi il problema è che Romney si è trovato di fronte ogni volta qualche candidato che sembrava potesse farcela, come Michele Bachmann, Rick Santorum, per non parlare della riapparizione di Newt Gingrich. Riapparizione, devo dire con mia grande sorpresa, perché Gingrich, grande avversario di Clinton e presidente della Camera, era politicamente finito diversi anni fa.
Quindinon sono tanto gli avversari il problema, quanto piuttosto Romney. Secondo me oltre ad essere un candidato complessivamente debole, che gioca molto sui suoi finanziamenti, ha la debolezza di prestare troppo ascolto alle campane più estreme della destra, cercando di andare incontro a dei potenziali elettori che comunque voteranno altri candidati. Così facendo ha scontentato i centristi, tanto che molti osservatori politici americani oggi dicono che Obama avrà gioco facile al centro, perché Romney ha scoperto un’ala che Obama recupererà senza problemi anche grazie alla politica che ha fatto in questi quattro anni.
Da un certo punto di vista Romney ha perso la sua vera essenza. Diceva un commentatore del New Yorker, di recente: «lasciate che Romney sia quello che è veramente». Il vero Romney, infatti, tutto sommato è un moderato. Quando era governatore del Massachusetts agì accontentando un’ala piuttosto liberal, non soltanto il partito repubblicano, ma anche i democratici, tanto è vero che la riforma sulla sanità da lui fatta in Massachussets assomiglia molto, pur non essendo così radicale, a quella che Obama ha introdotto a livello federale.
In definitiva, forse Romney dovrebbe recuperare un po’ la sua identità, anziché rincorrere gli ultraconservatori che comunque voteranno Santorum.

Se Romney cerca l’appoggio dell’elettorato di estrema destra anche a costo di “snaturarsi”, a questo punto è realistico pensare che Santorum possa diventare il nuovo favorito, essendo lui il maggior rappresentante degli ultraconservatori?

No, non credo. Santorum è un fenomeno interessante, sta facendo una buona performance per il tipo di uomo politico che è, ma secondo me è destinato comunque alla sconfitta perché il suo elettorato è contenuto nel numero, circoscritto ad alcuni Stati, ad alcune zone. Il risultato di tutto questo è che si continua a indebolire Romney, per cui mentre a novembre-dicembre si pensava che Barack Obama avrebbe avuto vita difficile, direi che oggi il presidente in carica sembra destinato alla rielezione.
Di Santorumè interessante notare poi che è un cattolico, il che costituisce il superamento di una certa mentalità dell’elettore americano. Le ali più estreme della destra, infatti, erano tradizionalmente rappresentate dagli evangelici e dai fondamentalisti cristiani, i Born again Christians. Santorum, pur non appartenendo ai “rinati al cristianesimo”, gioca sui sentimenti dell’America più profonda, quella ribelle all’establishment e al sistema culturale. Per esempio, Santorum è contro le università, contro quello che lui definisce il potere dei professori liberal. Spesso ha attaccato proprio l’istruzione.
Non molto tempo fa Obama ha parlato del diritto all’istruzione superiore per tutti i cittadini americani e l’intenzione di superare la famosa soglia del 60% dei giovani che vanno al college. Santorum, di contro, ha detto che Obama vuole condizionare le menti degli americani e che non è in grado di pensare all’America vera, all’America profonda che lui rappresenta, quella di chi non ritiene importante l’istruzione superiore.

Parliamo di Barack Obama. Poco fa accennava a una sua probabile rielezione.

Sì. Vero è che Obama ha scontentato alcuni suoi elettori della sinistra radicale ed anche i democratici che in genere non andavano a votare, perché contrari al sistema elettorale, ritenuto elitario e limitante. Forse a novembre non torneranno alle urne, ma penso cheObama verrà rieletto per una serie di ragioni.
Innanzituttoil problema reale di queste elezioni è l’assenza di un candidato serio da opporre al presidente in carica. Chiunque sarà lo sfidante, e personalmente credo che emergerà Romney, sarà molto debole. Vincere per l’1% nell’Ohio, che è uno stato determinante, non fa ben sperare nelle sue potenzialità di vittoria. Inoltre in questo momento i repubblicani sono ancora tutti concentrati nella lotta intestina, tanto è vero che Obama, che aveva stanziato un fondo per prepararsi anche durante le primarie repubblicane nel caso lo sfidante fosse apparso già come un vincitore, ad oggi non ha speso quasi nulla in pubblicità.
Il secondo motivo è che Obama si trova in una situazione tutto sommato favorevole. L’economia si sta riprendendo, con una previsione di crescita per quest’anno intorno al 2,2% e una disoccupazione che diminuisce sensibilmente. Da dicembre sono stati creati 700mila posti di lavoro nuovi e ciò ovviamente ha un significato più che positivo.
Il terzo motivo riguarda il fascino che Obama esercita su un elettorato moderato liberal. In Europa forse non ce ne accorgiamo a sufficienza, ma negli Usa è abbastanza evidente. Non è un personaggio che gioca troppo sui suoi successi, non li ostenta e molti lo apprezzano proprio per queste qualità. Spesso i media non vedono l’opinione pubblica più diffusa, non notano che esiste una grande fetta dell’elettorato che non necessariamente protesta con i Tea Party nelle strade, che non attacca il presidente dalle riviste più radical e che alla fine, però, vota per lui.
C’è poi da aggiungere un quarto fattore. Nella tradizione degli Stati Uniti i presidenti vengono solitamente rieletti per il secondo mandato, e questo a meno che non abbiano fatto qualcosa di davvero clamoroso. Mi viene in mente ad esempio Hoover, eletto nel ’28, colpito dalla crisi del ’29 e nel ’32 destinato alla sconfitta. Quindi, salvo eventi eccezionali, credo che Obama verrà riconfermato, come da tradizione nella storia dei presidenti degli Stati Uniti.

Restando nel passato, può ricordare dei precedenti nella storia degli Usa in cui le elezioni presidenziali hanno avuto un andamento così incerto?

Ci sono diversi precedenti nella storia degli Stati Uniti. Un caso di primarie molto combattute si ebbe nel ’76, quando Carter emerse come un outsider, nessuno se lo sarebbe aspettato. Vinse proprio giocando su un voto che faceva leva sempre più sugli elettori e sul risultato delle primarie. Fino ad allora la scelta del candidato spettava al partito e le primarie si tenevano solo in alcuni Stati fondamentali. In pratica, erano semplicemente un indicatore della tendenza dell’elettorato che serviva ai maggiorenti del partito per stabilire chi sarebbe stato il candidato più probabile.
Oggi invece ci si affida agli elettori, che però sono molto condizionati a seconda degli Stati. Ci sono Stati dove il voto alle primarie è influenzato dall’elite al potere e il numero dei votanti è ridotto. Lo stesso funzionamento dei caucus ha dei limiti. Sebbene abbia l’indiscutibile fascino di essere una specie di esercizio di democrazia diretta, bisogna vedere poi chi e quanti vi partecipano effettivamente. Anche qui, in fin dei conti, i numeri sono abbastanza ristretti.
Un altro esempio di primarie travagliate ci fu nel ’68, quando il presidente Lyndon Johnson fu costretto ad annunciare il suo ritiro, anche perché era in corso la questione del Vietnam. Da qui ne seguì lo scontro tra Eugene McCarthy e il vicepresidente di Johnson, Hubert Humphrey, in cui si inserì Bob Kennedy. Dopo l’assassinio di Kennedy, Humphrey ebbe la meglio su McCarthy, perché supportato dal partito democratico nella corsa contro il repubblicano Richard Nixon, che alla fine vinse le elezioni.

Sin qui abbiamo cercato dei punti di contatto, di continuità con la storia, tenendo ovviamente conto delle dovute differenze di contesto. Esiste invece qualche aspetto innovativo, di frattura, che non ha precedenti in queste elezioni del 2012?

Non è stato notato un dato interessante, cioè il fatto che nessuno dei tre contendenti principali è un WASP. Obama è ovvio che non lo sia, Romney è un mormone e Santorum è un cattolico di origini italiane. Nessuno ha messo in evidenza questo elemento, che secondo me invece è importante, perché evidenzia quello che è diventata l’America nel XXI secolo. Assistiamo a un superamento dell’America multietnica, multireligiosa. Siamo di fronte persino al superamento di quella che uno storico americano chiama America post-etnica, poiché allo stato dei fatti i grandi raggruppamenti di identità etnica razziale sono stati surclassati. Con ciò non intendo dire che il razzismo non esista più, però a mio parere è interessante notare come nessuno abbia sollevato ad esempio la questione che Santorum appartiene, sì, all’ala più reazionaria, sostiene i pro choice antiabortisti, però è un cattolico.

Foto: BU Interactive News on Flickr

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