Giornalisti, riforma dell’Ordine: un incontro sul destino dei pubblicisti

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di Emiliana De Santis

“Lo sapete che in Italia il figlio di un farmacista ha tempo sette anni, da che il padre è andato in pensione, per laurearsi e rilevare l’attività? Roba da ‘500 fiorentino.” Ci scherza su Enrico Paissan, vice presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, sapendo però di suscitare tra i ragazzi che lo ascoltano una risata amara, che sa di rabbia e indignazione.  Il suo uditorio sono i giovani precari del giornalismo, i pubblicisti e gli aspiranti tali, riuniti a Roma il 25 gennaio nella sede della Federazione Nazionale Stampa Italiana, il sindacato di categoria.

Si discute della riforma dell’ordine e del destino dell’albo dei pubblicisti. “Lo scopo dell’incontro – sottolinea Simone D’Antonio, presidente di Youth Press Italia, aprendo i lavori – è fare chiarezza e raccogliere idee, oltre che capire quali saranno i riflessi occupazionali per i pubblicisti a fronte della prospettata riforma”. Chiamati a dibattere Valeria Calicchio di Errori di Stampa, Emilio Fabio Torsello direttore di Diritto di Critica e Roberto Natale, a capo della Fnsi. I toni si fanno viepiù accesi, i ragazzi sono venuti per essere ascoltati e per chieder conto.

Il video compendia alcuni dei momenti salienti dell’incontro, arricchito dalla testimonianza diretta e a volte sconcertante di alcuni giornalisti precari, i quali esercitano la professione a tempo pieno ma non si vedono riconosciuto alcun diritto, né quello all’equo compenso né tantomeno quello di poter accedere all’esame di Stato. È emerso che, al di là di una riforma dell’ordine che appare necessaria ai suoi stessi appartenenti, i punti in discussione siano altri e ben più spinosi.

È Valeria Calicchio a fornirne un primo quadro quando afferma: “I pubblicisti sono la base ma, in particolare per ragioni anagrafiche, non sono rappresentati all’ordine. Però una riforma non può prescindere da loro. Il praticantato aziendale delineato nelle linee guida del 19 gennaio come via maestra per l’accesso alla professione, è ormai un miraggio. I master e le scuole sono costosi e a numero chiuso, il che contrasta con lo spirito della libertà d’accesso propugnata dallo stesso Decreto Cresci Italia”.

In pratica, pur essendo positivo che l’Ordine abbia deciso tempestivamente di assumere una decisione ufficiale sulla riforma Monti, e fermo restando che alcune delle posizioni contenute nelle linee guida sono più che condivisibili, queste ultime “sembrano scritte per spegnere un fuoco più che per risolvere la situazione reale” afferma Emilio Torsello. Il ragionamento che viene fatto si basa su come la situazione dovrebbe essere e non su come è nei fatti, l’inghippo sta tutto qui.

C’è il problema dell’equo compenso e dei pubblicisti sottopagati o impiegati a titolo gratuito, quello dell’INPGI e della previdenza, mentre i criteri per il regime transitorio, la cosiddetta sanatoria, sono troppo stringenti per essere realistici. C’è di buono che Paissan si è dimostrato uditore attento e concreto, facendo presente egli stesso che i giornalisti negli ultimi anni hanno subìto più che diretto il cambiamento e che, continuando a recepire senza innovare, sono condannati a soccombere. Secondo lui il grosso del problema sta nell’enorme potere consegnato agli editori nel momento in cui gli è stata data la possibilità di sostituire i contratti di apprendistato, ben più costosi e vincolanti, con quelli ex art.3, economici, precari e precarizzanti. Emerge allora l’ipotesi del gesto radicale, dello sciopero, del blocco. E, chi ascolta, ancora acceso dalla passione di un mestiere che si fa con il cuore prima che con la penna, sembra essere d’accordo. Denso, a tratti infuocato, utile e partecipato. Per chi non c’era, il filmato del dibattito. Buona visione…

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