Egitto: tra scontri ed elezioni

di Sabrina Ferri

Anche l’Egitto ha detto addio al 2011, lasciandosi alle spalle un anno denso di scontri, vittime, dolore. Un anno, quello della primavera araba, che non sarà facile poter rimuovere dai ricordi e dalle coscienze, un anno che, infine, seppur in uno scenario di atroce sofferenza, è stato in grado di far muovere i primi passi verso una democrazia rimasta troppo a lungo occultata.  

A piazza Tahrir il 2012 è stato accolto, tra fuochi d’artificio e candeline accese per commemorare le vittime della rivoluzione, come l’anno della libertà e della speranza, l’occasione di un nuovo inizio e di una nuova vita.  

IL CONTESTO ATTUALE- Eppure rendere tangibile quella libertà tanto auspicata sembra apparire quasi una chimera. Nel dopo – Mubarak incertezza e tensione dilagano ovunque. L’Egitto è ancora un Paese fortemente destabilizzato.

D’altronde, sostiene il Capo Servizio Stampa del Ministero degli Esteri, Maurizio Massari, «la persistente presenza di manifestanti nelle strade risulta essere un fattore che non contribuisce a diminuire le tensioni, con un andamento che ciclicamente porta a fasi acute caratterizzate da scontri e violenze». Nel mese di Dicembre altissimo è stato il numero di morti e di feriti registrato. Spesso a perdere la vita giovani ragazzi che, forse, forti dei loro ideali, andavano immaginando un futuro diverso, magari un futuro nel quale il loro nome sarebbe apparso tra quelli degli “eroi”, coloro che aiutarono l’Egitto a riconquistare la libertà perduta. Ma la violenza e l’orrore della guerra non si fermano dinanzi a niente e nessuno. «Proprio al fine di arginare gli scontri, le forze di sicurezza egiziane hanno costruito alcune specifiche barriere di protezione che impediscono l’accesso alle strade in cui vi sono gli edifici sedi delle principali istituzioni egiziane» chiosa Massari.  

A scendere in piazza, poi, non soltanto uomini ma anche donne, centinaia di donne con i loro volti, la loro voce, le loro grida, la loro insaziabile voglia di rivendicare i diritti e di porre fine alle brutalità. Un segno positivo, quello della presenza femminile tra i manifestanti, che si salda con il tema della forte partecipazione femminile alle elezioni parlamentari attualmente in corso, elemento incoraggiante nel percorso di costruzione democratica di un nuovo Egitto, in cui siano tutelati i diritti di tutti i cittadini e delle minoranze.

LE ELEZIONI – Nel frattempo la terza “tranche” di votazioni, dopo quella di fine novembre e di dicembre, per le elezioni parlamentari della Camera Bassa, si è svolta in un clima di relativa tranquillità ed ha visto la partecipazione di oltre 10 milioni di cittadini residenti nelle 9 regioni del Sud e del Sinai.

Secondo quanto pubblicato nel sito Euro News rimarrebbero favoriti i partiti d’ispirazione islamica con in testa Giustizia e Libertà dei Fratelli Musulmani e Al-Naour, formazione salafita. Fratelli Musulmani, per voce del rappresentante Mohamed Elbeltagy, avrebbe parlato di un Parlamento volto a garantire libertà e democrazia e a porre fine al potere dell’esercito.

IL PROCESSO MUBARAK – Ma dove finisce in tutto questo il raìs Mubarak, costretto alle dimissioni l’11 febbraio 2011? Proprio nei giorni scorsi è ripreso, dopo una sospensione di tre mesi dovuta a ragioni procedurali, il procedimento giudiziario nel quale l’ex presidente è accusato di aver dato l’ordine di sparare sulla folla durante le proteste di piazza dello scorso anno e nelle quali morirono oltre 800 persone.

Tuttavia dinanzi al processo, il cui esito finale dovrebbe arrivare entro il prossimo Marzo e che potrebbe concludersi anche con l’inflizione della pena di morte, sembrava esserci niente più che un uomo qualunque, un uomo malato di cuore e costretto su di una lettiga. E allora, viene da chiedersi, cosa resta dell’uomo tiranno che mise in ginocchio un Paese? Forse non resta che l’ombra, l’ombra di un dittatore deprivato del suo potere e costretto a fare i conti, infine, con la sua vera natura di essere umano.

 

 

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