Medici Senza Frontiere: il difficile rapporto fra media e Ong

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di Cristiano Checchi

IL CONVEGNO – Si è svolto a Roma, il 25 e il 26 novembre, il convegno “Teoria e pratica dell’azione umanitaria. Soccorrere, aiutare, testimoniare. Come e perché”. All’interno di questa due giorni, organizzata per compiere insieme agli ospiti e ai partecipanti una riflessione sul lavoro svolto da Medici Senza Frontiere quarant’anni dopo la sua nascita, si è anche affrontato nello specifico il tema “ONG e Media: un rapporto simbiotico o contraddittorio?”. L’obiettivo di questo incontro, è stato quello di fare luce – o almeno provarci – sul ruolo e i compiti che devono svolgere i media nei riguardi delle ONG (Organizzazioni non governative) e viceversa.

È stato uno scambio d’idee basato comunque su diversità di pensiero, soprattutto sul ruolo media, da parte degli ospiti che sono intervenuti. Il focus dal quale si è partiti è stato il rapporto tra questi due attori sociali. L’interrogativo che la moderatrice, Stefania Di Lellis di Repubblica, si è posta in apertura è stato: cosa cercano i media dalle ONG? Un “pacchetto chiavi in mano” per i contesti di crisi? E cosa cercano le ONG dai media?

GLI OSPITI – Per cercare di spiegare in maniera più definita il rapporto in questione sono intervenuti: Yaser Abulnsar, news senior producer Al Jazeera, Erwin van’t Land, coordinatore della comunicazione di Medici Senza Frontiere, Toni Capuozzo, giornalista del Tg5, Ian Bray, Oxfam International, Mary Harper, giornalista della BBC.

MISSIONE COMUNE – Come detto ad animare il confronto sono state le differenti posizioni tra giornalisti e membri delle ONG. Il problema che è emerso su questo rapporto, a tratti simbiotico e a tratti complicato, è che troppe volte è stato utilizzato per uno sfruttamento reciproco, non finalizzato a degli obiettivi comuni. Un rapporto ben costruito e ben organizzato potrebbe portare vantaggi enormi al lavoro sia delle organizzazioni umanitarie sia del giornalista stesso. Rapporto di collaborazione e assistenza: è questo il punto sul quale il coordinatore della comunicazione di MSF, Erwin van’t Land,  ha battuto molto: «La comunicazione per ONG e MSF è importante perché tramite il comunicare sì può cambiare lo stato attuale delle cose. I media possono avere un grande ruolo, attraverso la comunicazione amplificata che svolgono arrivano per forza di cosa a dei risultati. Uno dei tanti esempi è quello che abbiamo ottenuto in Angola nel 2006, in quel caso l’aiuto umanitario tramite la comunicazione che riuscimmo a fare attraverso i media aumentò notevolmente – e ancora, sempre per motivare l’importanza del ruolo del giornalismo e dell’informazione – Nel 2003 ricevevamo rifugiati dal Darfur e raccontavano tutti di subire delle violenze simili; chiamai i giornalisti e i media per invitarli ad andare e vedere sul campo quello che succedeva, dopo qualche giorno di telefonate mi dissero di lasciare perdere. Dopo sei o sette mesi ci fu la denuncia di un Paese vicino di genocidio. Sette mesi prima i mass media non s’interessarono così per altri sette mesi continuarono a morire persone». Una riflessione simile ha articolato anche Ian Bray, presente a nome delle 14 organizzazioni non governative facenti parte di Oxfam. Bray ha raccontato come è cambiato l’atteggiamento e il rapporto con i media nel corso degli anni. Soprattuto perché è cambiato: «Il nostro atteggiamento con i media è cambiato negli anni. Adesso utilizziamo i media per sostegno, per informazione dell’opinione pubblica e per esercitare una lobby politica, per riuscire a fare una pressione politica verso le autorità che possono fare qualcosa per aiutarci. Inoltre, i media, ci permettono di avere un’affidabilità agli occhi delle persone». Lanciando poi un allarme abbastanza chiaro: «I bisogni umani diventano notizia solo quando si supera un determinato limite che fa diventare il bisogno umano in un bisogno tragico. Non sempre ciò che è utile che venga riportato fa notizia».

LA VOCE DI AL JAZEERA – Vicino a questa posizione di unità tra le due componenti, c’è l’importante testimonianza di Al Jazeera, per voce di Yaser Abulnasr. «Al Jazeera ha sempre espresso la solidarietà con il mondo e la situazione araba, provando anche nel campo umanitario a fare il proprio lavoro indipendentemente e con la massima serietà». In merito a media e ONG ha poi spiegato: «Cosa chiedono vicendevolmente questi due “attori”? Le ONG chiedono ai media di evidenziare i loro sforzi e le loro attività e vogliono che queste attività diventino parte del flusso comunicativo da trasmettere alla gente. E i media cosa vogliano? Semplicemente la notizia, una notizia esclusiva, vogliono che la gente conosca quello che succede dal loro medium». I media però, secondo Abulnasr, compiono un errore dovuto alla propria natura legata al mercato: «A volte i media cercano solo quelle notizie calde che possano attirare pubblico, ma il rapporto comunque è basilare e deve continuare per combattere insieme per la giustizia».

LE POSIZIONI DI DISTACCO – Una posizione più distaccata è senza dubbio quella auspicata da Mary Harper, che ha spiegato la sua visione del rapporto e anche di come la BBC ha scelto di lavorare:  «BBC cerca di evitare di dare una visione edulcorata della situazione, il nostro compito deve essere anche cinico. Bisogna vedere la situazione con un certo distacco, se si comincia a lavorare come le ONG si cambia lavoro perché il giornalista non deve essere il portavoce dell’azione umanitaria deve solo riportare la notizia in termini di affidabilità. I mass media devono analizzare ogni singola situazione e presentarla così com’è. Il giornalismo deve stare a distanza quanto più possibile». Posizione simile è stata quella di Toni Capuozzo, il quale ha però mosso anche un’altra riflessione inerente  la comunicazione delle organizzazioni umanitarie stesse attraverso i comunicati stampa. Il messaggio del giornalista del Tg5 è che anche le ONG  si sono fatte prendere la mano da un modello comunicativo in qualche maniera distorto. «Chi vuole raccontare il lato oscuro del mondo è influenzato dallo stile seriale della notizia, un po’ come per le serie tv. Questa fabulazione dell’informazione sembra aver colpito anche le ONG. Loro stesse in determinati modelli comunicativi, come i comunicati stampa, talvolta creano un’esagerazione dell’evento – aggiungendo inoltre sulla questione rapporto ONG-giornalista –  Anche io mi trovo più vicino al considerare i ruoli che stiamo analizzando in maniera separata». La De Lellis a questo riguardo ha precisato: quanto è dannosa la spettacolarizzazione da parte delle ONG della notizia o della situazione che stanno vivendo. Allo stesso modo è dannoso «l’ottimismo umanitario, quel pacchetto di notizia  glamour  e patinata, tipo la persona famosa che si reca in qualche posto. Questo ultimamente funziona anche più della catastrofe».

IN CONCLUSIONE Le due ore passate a cercar di spiegare un tema così ramificato e complicato di certo non bastano, ma intanto sono servite per lanciare delle riflessioni sulle contraddizioni di questo rapporto. Incoerenze e difficoltà che difficilmente verranno risolte ma che sicuramente andranno affrontate.

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